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lookologa

Sono andato in Senato con giacca e cravatta, ma solo perché è obbligatoria. Ho detto a tutti che era per seguire i consigli della lookologa...


Chi è nato dopo il 1970 ringrazi Monti

26 gennaio 2012

LIBERALIZZAZIONI E CONSEGUENZE POLITICHE
di Mario Adinolfi per Europa

Si è scritto genericamente di un decreto liberalizzazioni varato per sostenere i cosiddetti “giovani”. C’è in realtà un segmento, una classe d’età, che deve ringraziare con particolare calore il governo presieduto da Mario Monti ed è quella dei nati negli anni Settanta. E nei giorni in cui i Tir occupano mezza Italia sulle autostrade, nei giorni in cui i farmacisti annunciano una vergognosa serrata, nei giorni in cui i tassisti del Circo Massimo non sanno neanche valorizzare la loro mezza (e in parte giusta) vittoria, nei giorni in cui persino i notai hanno da lagnarsi, forse farà piacere al presidente del consiglio sapere che c’è qualcuno che è consapevole di dover dire grazie. Non si tratta dei “giovani”: un ventenne di oggi non si rende conto di alcuna miglioria nella propria quotidianità. Un nato negli anni Settanta sì.
Sono i nati negli anni Settanta che per vent’anni, da quando si sono diplomati per usare un termine temporale preciso, hanno patito sulla pelle l’impossibilità di compiere pienamente delle scelte: se si iscrivevano a giurisprudenza sapevano di non poter fare i notai se non figli di notai, di non poter fare gli avvocati senza sottostare alle forche caudine di un ordine conservatore; se si iscrivevano a farmacia e non erano farmacisti, non potevano neanche sognare di fare i farmacisti.
Se non si iscrivevano all’università e volevano aprire una piccola impresa, dovevano sottostare a una pletora costosissima di adempimenti, oltre che al versamento di un oneroso e inutile capitale sociale nel caso di una srl. Se volevano fare i tassisti dovevano accendersi un mutuo e spesso manco quello bastava per ottenere la licenza. Insomma, per vent’anni i nati negli anni Settanta hanno vissuto bloccati nelle loro ambizioni in molti versanti ora sbloccati dal decreto del governo.
L’idea della società a responsabilità limitata semplificata con capitale sociale di un euro è semplicemente geniale e, se regolamentata con intelligenza, spingerà davvero molti under 35 a cimentarsi con il gusto di diventare piccoli inventori d’imprese innovative.
Per i “giovani” veri e propri, quei due milioni ad esempio che tra i 15 e i 24 anni non studiano e non lavorano, decisiva sarà la navigazione del tavolo sul lavoro. Speriamo non ci sia nessuno che punti direttamente al naufragio: l’idea che mi sono fatto è di una Cgil schettiniana, in questo senso pronta a “fare l’inchino” agli istinti conservatori dei suoi iscritti, più della metà dei quali già tutelati dalle pensioni pagate da giovani sottopagati.
Il decreto liberalizzazioni ha attirato al governo il plauso di un segmento della mezza Italia dei nati dopo il 1970, il tavolo sul lavoro può fare il resto. Quel che sembra è che attorno a questi provvedimenti nasce anche un orizzonte politico nuovo, che spacca il paese in due tronconi: con Monti gli innovatori dediti all’interesse generale, contro Monti i curatori degli interessi particolari. Sulle schede elettorali del 2013 spero di vedere questo nuovo scenario ben rappresentato.
Da una parte Biancaneve, dall’altra sette nani in lite tra loro: la Lega, Vendola e Di Pietro, Grillo, i sudisti con i loro forconi, la destra corporativa e parafascista, la sinistra novecentesca e conservatrice. L’Italia migliore e quella più giovane saprebbero per chi votare. Quel che è certo è che il bipolarismo come lo abbiamo conosciuto negli ultimi vent’anni, quello del vecchio centrodestra contro il vecchio centrosinistra, con le novità dell’ultimo fine settimana è arrivato al capolinea. 





permalink | inviato da marioadinolfi il 26/1/2012 alle 12:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Quattro impegni concreti chiesti a Monti

12 gennaio 2012

ECCO L'AGENDA PER I GIOVANI
di Mario Adinolfi per Europa

Ormai, con l’annuncio di un decreto sulle liberalizzazioni al 20 gennaio, non c’è più alcun dubbio: quello di Mario Monti è di gran lunga il governo a più alto tasso riformista degli ultimi trent’anni. Sta facendo cose, a partire dalla riforma delle pensioni scritta e approvata in un mese, che sarebbero state inimmaginabili fino ad appena sessanta giorni fa. Il presidente del consiglio giustifica sempre i sacrifici immensi richiesti agli italiani, con una sorta di mantra, ripetuto anche in tv davanti al compìto Fabio Fazio: «Facciamo tutto questo per i giovani». Su questo terreno però il governo deve cominciare ad uscire dalla vaghezza dell’impegno generico e colmare un vuoto d’analisi del problema che probabilmente c’è.
Quali sono i bisogni dei “giovani”? Intanto delimitiamo il campo. Chi sono i “giovani”. Per convenzione uso spesso una delimitazione anagrafica, che è derivante da un’omogeneità di dati statistici, economici e sociologici. In Italia oltre l’80 per cento delle famiglie è proprietario della abitazione in cui vive, ma c’è una parte del paese che vive in affitto e casa non può neanche sognare di comprarsela. In Italia venti milioni di persone hanno un contratto a tempo indeterminato, scatti salariali sindacalmente concordati, tutele varie, ma ci sono otto milioni che sono disoccupati, inoccupati, cassintegrati, precari, stagisti o preda del lavoro nero. Secondo i dati Eurostat nel nostro paese ci sono persone che guadagnano anche l’ottanta per cento in più rispetto ad altre persone impiegate nello stesso comparto e a parità di mansione.
Questo perché da noi viene premiata l’anzianità a scapito del merito e della produttività. Infine ci sono ventuno milioni di trattamenti pensionistici, il ventotto per cento dei quali superiori ai 1.500 euro al mese, di persone andate in trattamento di quiescienza anche solo a quarant’anni di età, mentre ci sono altri ventinove milioni di cittadini che andranno in pensione a settant’anni o giù di lì, con trattamenti mediamente da fame.
Chi sono gli sfigati? I senza casa di proprietà, i senza lavoro fisso, i salariati sottopagati, i pensionisticamente disperati? Per omogeneità, sono in stragrande maggioranza i nati dopo il 1970. Un cinquantenne, un sessantenne, un settantenne oggi ha, in stragrande maggioranza, un’abitazione propria, un salario decente e indicizzato o una pensione con le stesse caratteristiche, ha goduto o gode di una condizione di lavoro stabile.
Chi è nato dopo il 1970 questa condizione non ce l’ha. Se lavora, paga con il proprio incostante e basso salario un prezzo altissimo al welfare degli altri, un welfare che non lo tutela. È la più grande iniquità del nostro paese. Se Monti, che della parola equità ha fatto una bandiera, vuole uscire dall’impegno generico al terreno della concretezza, deve persino smettere di utilizzare l’espressione “i giovani”. Il governo deve prendere quattro impegni con i ventinove milioni di italiani nati dopo il 1970, mezza Italia, quella che potrebbe garantire con la propria energia e capacità innovativa la ripartenza del paese.
Quattro impegni, dicevamo, con i risparmi garantiti dai sacrifici e dalla lotta all’evasione: una politica abitativa che affranchi i figli dalla casa dei padri, perché vivendo sotto tetto e paghetta altrui non si rischia, non si costruisce, non si innova (serve un fondo che abbatta gli interessi del mutuo prima casa almeno per le coppie con figli sotto i cinque anni); una politica salariale che offra, contro l’assunzione del rischio della flessibilità, uno stipendio maggiore (lavoro a contratto, ma prendo più del sessantenne ipergarantito, si agisca per questo sulla leva fiscale); l’approvazione immediata del contratto unico di Ichino; un ulteriore intervento sulla previdenza che leghi i contributi di solidarietà dalle pensioni più ricche a uno scopo preciso che deve essere il riequilibrio dell’importo delle pensioni tra padri attualmente pensionati e figli futuri pensionati, che altrimenti tra una trentina d’anni produrrà un paese di vecchi sotto la soglia di sussistenza.
Questo vorrebbe dire aver fatto qualcosa “per i giovani”. Per la metà del paese che attualmente boccheggia e non spera più e non crede in una politica da cui ha ricevuto solo parole inutili. 




permalink | inviato da marioadinolfi il 12/1/2012 alle 8:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

Twittando 10 regole per usare bene Twitter

4 gennaio 2012

Non mi piace la piega che ha preso il twitting all'italiana, pare un megaaperitivo in terrazza, tutti a cazzarare. Bisogna dire l'essenziale.

Propongo dunque un decalogo del twitting come piace a me. Regola 1. Abolire FF, TT, MT, # e twit con link. Regola 2. Vietato chiedere RT

Regola 3 del twitting come piace a me: si twitta in italiano corrente, senza abbreviazioni, per imparare a dire l'essenziale.

Regola 4 del twitting come piace a me: si twitta per esprimere uno stato d'animo, per commentare una notizia, per fotografare una condizione

Regola 5 del twitting come piace a me: è vietato il dialogo via twitter tra colleghi, comprese le star della tv. TE-LE-FO-NA-TE-VE

Regola 6 del twitting come piace a me: Rosario Fiorello, Jovanotti, Gerry Scotti e Alfonso Signorini sono bannati per abuso del mezzo

Regola 7 del twitting come piace a me: i giornalisti che twittano sono pregati di non rispondere solo ai giornalisti che twittano.

Regola 8 del twitting come piace a me: followare la Santarelli, la Canalis, la Satta non serve a vantarsi di essere amici delle suddette.

Regola 9 del twitting come piace a me: tradurre rapidamente le news che arrivano da testate on line in lingua estera, è cosa buona e giusta

Regola 10 del twitting come piace a me: trasformare il Twitter in italiano da luogo di cazzeggio a luogo di consapevolezze, sarebbe utile

Fare di Twitter un luogo in cui ci mescoliamo,non di vip che twittano con vip e vipwatcher che li seguono.Per questo, ho scritto il decalogo

Ps al decalogo: odiosi questi vip con decine di migliaia di followers, per cui fa figo invece seguire solo cento persone. Mescolarsi please.







permalink | inviato da marioadinolfi il 4/1/2012 alle 1:32 | Versione per la stampa

Sara Tommasi e l'isola che purtroppo c'è

30 dicembre 2011

Il mio ultimo articolo del 2011, oggi in prima su Europa.


Per gli auguri migliori di un grande 2012.



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Contro Pigi Battista e Dario Di Vico

22 dicembre 2011

IL NONNISMO DEI NONNI (di Mario Adinolfi per The Week, contro Pigi Battista e Dario Di Vico) 

Abbiamo salutato qui con una qualche enfasi la nomina di un trentasettenne, Michel Martone, a viceministro del Lavoro, unico rappresentante della mezza Italia nata dopo il 1970 nel governo-badante, come lo chiama Severgnini. Non l'avessimo mai fatto. Da allora il povero Michel non ha fatto altro che ricevere mazzate. I quaranta nonni che sono nella compagine governativa di nonno Mario (Monti), hanno tutti le loro deleghe. Tutti tranne uno: Martone. 
Nonna Elsa (Fornero) di lui non si fida e l'ha lasciato a secco. Niente deleghe e avevamo voglia noi a aspettare la riforma del diritto del lavoro scritta da uno di noi che insegna diritto del lavoro. Niet. Dietro la lavagna e zitto. In sovrappiù ci si sono messi pure i nonni del Corriere della Sera che usano Twitter come si fa agli aperitivi in terrazza, per fare le battute argute e spettegolare.
Nonno Dario (Di Vico) si è messo a twittare che per sapere dove fosse il nostro Michel bisognava andare a Chi l'ha visto e scomodare la "Sciarrelli" (scritto così, con due erre, i nonni possono fregarsene dell'ortografia, al limite fanno la ramanzina a Saviano per un apostrofo che ci può anche stare). Subito è arrivato il reply di nonno Pigi (Battista) che certificava la presenza di Martone a un aperitivo fresco di barbiere con l'aria di chi godesse per il "colpaccio" messo a segno, cioè la nomina. Senza deleghe.
Mi è venuto istintivo reagire e difendere Martone twittando a De Vico e Battista. Anche qui, non l'avessi mai fatto. Battista s'è messo lì a dire che io potrei essere nonno (ahahaahah) e a scrivere gggiovane con tre g e per colpo finale che dovrei "imparare a essere più spiritoso". Perché il paternalismo della twittata ex cahedra i nonni non possono risparmiarcelo mai.
Anche un altro nostro coetaneo, Francesco Soro, che stava per essere nominato sottosegretario "a Internet", ha difeso Martone da Battista e Di Vico. Soro, appena si cominciò a parlare della sua nomina, si è beccato un articolo alzo zero dell'Espresso on line di nonno Sandro (Gilioli), con l'obiettivo dichiarato di spazzare via qualsiasi ipotesi di avere per la prima volta un membro del governo che si occupasse di web.
Ricordo ancora quando mi candidai alle primarie, subito nonno Aldo (Grasso) si preoccupò di scrivere non uno, ma due articoli (Sette e Corsera) per ammaccare la candidatura in partenza. Ricordo sei-pagine-sei di nonno Francesco (Merlo) per togliere la pelle a Daniele Capezzone, altro esponente dei nati dopo il 1970 di sicuro talento, ucciso politicamente e mediaticamente dall'incapacità di questo paese di valorizzare chi vale e costretto a una migrazione che l'ha completamente depotenziato e irriso.
I nonni vogliono tenersi ben stretto il loro potere. Ministri, direttori e vicedirettori di grandi giornali, opinionisti sanno che se sale la classe post 1970, per loro si spalancano le porte della pensione. E ci tengono giù. Con gusto. Appena alziamo la testolina, bastonatura. Il nonnismo dei nonni. Buon Natale anche a loro.



permalink | inviato da marioadinolfi il 22/12/2011 alle 16:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

Facebook è la Dc, Twitter è il Pci

22 dicembre 2011

Tutti hanno un profilo Facebook, anche mia madre che ha sessantacinque anni. Facebook è la Democrazia cristiana, è il social network un po’ mamma, milioni di iscritti, le foto dei figli, censurate le tette, si usa per fare sesso ma solo di nascosto.
Twitter è il Pci, meno iscritti di Facebook ma sempre milioni, con il Politburo delle twitstar che ingrossano le fila di seguaci acritici che si contano a decine di migliaia. Su Facebook è premiante essere banali, su Twitter è obbligatorio essere brillanti.
Il figlio del portiere ha Facebook, pure il portiere ha Facebook, quelli dell’attico vietano ai figli il profilo Fb e si divertono solo a twittare durante l’aperitivo.
L’avanguardia rivoluzionaria di Twitter non dialoga con nessuno, ma c’è e si vede: Riotta e Jovanotti twittano come ossessi tutto il giorno, Fiorello mica si sogna di aprire un profilo Facebook, pure Concita ha capito che Twitter in società si porta di più, anche se poi le è toccata una litigata con Sabina Guzzanti (altra twitmaniaca) da cui è uscita un po’ con le ossa rotte, cose da Comitato centrale della Fgci, vent’anni dopo.
Facciamo pure trenta. Nessuna star dello star system (quelli che erano comunisti perché «lo spettacolo lo esigeva, la canzone lo esigeva, la letteratura anche, lo esigevano tutti», rileggersi Gaber e ridere a crepapelle) si sognerebbe mai di fare a capelli con i colleghi su Facebook. Ma su Twitter, fa status.
Su Facebook si accapiglia la gente comune. È l’eterna sezione fanfaniana, una accanto ad ogni parrocchia, in cui ci si incontra tutti prima o poi perché la porta è sulla strada principale del quartiere. Su Facebook è perenne congresso di sezione: si parla molto di politica, sì. Il meccanismo dei commenti agli status facilita un dialogo più complicato su Twitter, dove comandano rituali per iniziati come gli hashtag o i FF (follow friday) che manco vi sto a spiegare cosa sono, o lo sapete o non lo sapete, o siete in grado di decrittarli oppure non lo sarete mai, un po’ come facevano i comunisti con Das Kapital o i trattatelli incomprensibili dei Quaderni Piacentini.
Su Facebook di politica si parla più alla buona, ma anche con più continuità. Su Facebook c’è la gente, su Twitter ci sono i politici, quelli di Opencamera capitanati da Andrea Sarubbi, certo, ma anche tantissimi neofiti che quando si sono affacciati sul social network fondato da Zuckerberg sono stati sbertucciati e presi a pallate e invece cinguettando cinguettando si sentono più riparati.
L’altra sera Guido Crosetto mi proponeva una sfida a poker e persino Sandro Bondi quand’era ministro twittava con continuità, da bravo (ex) comunista.
Poi, deve essersi depresso e ha smesso. Io ho applicato la lezione morotea: compromesso storico. Dalla scorsa settimana ho collegato l’account Twitter al profilo Facebook e viceversa. Ora le due cose sono una sola. Tipo il Partito democratico. Ma l’amalgama è faticosa. Noto che il metodo dei centoquaranta caratteri di Twitter ha egemonizzato la mia pagina Facebook.
E ho capito, allora, che il parallelo tra social network e partiti che furono non è poi così azzardato.
Mario Adinolfi (per il quotidiano Europa del 22.12.2011)



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Per il 2012: The Week, Citofonare, DD

15 dicembre 2011

ho pubblicato oggi su Facebook questo mio status, in cui ho delineato
sommariamente i tre orizzonti di impegno che intendo assumermi per il
2012

"Mettiamo a disposizione dei nati dopo il 1970 una serie di strumenti:
The Week (oggi esce il nuovo numero, tutti possono scrivere),
CitofonareAdinolfi (presto nella versione 2.0, tutti possono costruire
la loro trasmissione), l'associazione Democrazia Diretta per essere
presenti sul territorio. L'importante è prendere coscienza dei
problemi, analizzarli, proporre soluzione. Non essere abulici,
smettere con le lagne sterili. Fare. Per rialzarci da questa
situazione drammatica. Anche una sola persona può produrre
cambiamento. Basta che non sia una persona sola. Insieme, possiamo".

Sono entrato in politica nel 1985, ho cominciato a scrivere sui
giornali nel 1987, ho cominciato a lavorare per radio e tv nel 1991,
ho scoperto il web nel 1996, ho pubblicato il mio primo romanzo nel
1999, ho fondato Democrazia Diretta nel 2001, ho aperto un blog nel
2003, poi ci sono state le esperienze compiute insieme: Generazione U
nel 2006, The Week nel 2010, CitofonareAdinolfi nel 2011. A
quarant'anni ritengo utile dedicare una stagione a provare a condurre
ad unità tutte queste esperienze, per la battaglia che considero
determinante per la mia vita e credo anche per le vicende vissute
insieme.

C'è un filo conduttore di tutto questo percorso? Certo. La produzione
di idee che potessero liberare i "figli di nessuno" dalla condizione
neofeudale in cui versa il paese. Le idee si sono fatte strumenti
(militanza politica, candidature, articoli, presenze radio-tv, libri,
massiccio utilizzo del web) e gli strumenti hanno avuto un piccolo
successo che mi permette oggi di camminare per strada e salutare ogni
cento metri qualcuno che mi riconosce e si riconosce in quelle idee.

In questo percorso che poteva essere solo personale ho avuto
l'ossessione invece, quasi la religione, del "gruppo". Una famiglia di
persone che si sceglievano l'un l'altra, senza mai farsi "cricca",
senza mai essere "cerchio magico". Alla mia famiglia, che siete voi,
sottopongo dunque il progetto 2012, convinto ancora che insieme siamo
più forti che ognuno per conto suo.

So che qualcuno vive l'uscita dall'edicola di The Week come una
sconfitta, le vicende del Pd come un tormento, CitofonareAdinolfi come
un'esperienza artigianale, troppo artigianale. Io invece credo che
nell'ultimo anno abbiamo conquistato qualcosa che prima non avevamo:
una chiara e netta identità. Noi siamo quelli che difendono, con
argomenti e soluzioni senza banali lagne, la mezza Italia nata dopo il
1970. Siamo diventati punti di riferimento di questa tematica, che è
la tematica centrale per lo sviluppo futuro del paese.

Ora dobbiamo mettere a frutto questa intuizione e dilatarla.
Continuare con The Week, credere in CitofonareAdinolfi (c'è il mio
cognome come Arianna Huffington ha messo il suo per Huffington
Post, serve perché attira pubblico) e produrre ognuno un
programma che renda visibile la propria faccia che deve diventare
punto di riferimento tematico (penso a Claudio-Jobs per l'innovazione,
a Gabriele per l'economia e il lavoro, a Marco per la politica e lo
sport, a Alessia per la televisione e lo spettacolo, a Silvia per
l'arte, a Timoteo se fosse capace di superare diffidenze e timidezze
per il web, a Sofia che si è offerta di fare un programma di cultura),
radicarci sul territorio in termini associativi secondo la nostra idea
direttista e per questo tornerà in campo Democrazia Diretta.

Il criterio deve essere uno: ciascuno dei nostri interlocutori deve
uscire dal guscio. Dobbiamo selezionare teste e volti e articolisti e
militanti che credano che la mezza Italia nata dopo il 1970 deve
smettere di subire, deve prendere coscienza dei problemi, deve
analizzarli e raccontarli, deve confrontarsi con tutti con ogni mezzo,
deve proporre soluzioni. E questo può farlo chiunque. Chiunque ne
abbia voglia. Noi gliene forniamo i mezzi. Siamo un motore capace di
accendere intelligenze.

Questo dobbiamo fare nel 2012. Io sono carico più che mai perché sento
che siamo come nelle puntate finali di Lost, tutto sta per avere
compimento. E' un percorso lungo, tortuoso, ma non ha accettato
compromessi e per questo è libero. C'è chi pone la questione delle
risorse, ma le risorse arriveranno se faremo numeri. I tre strumenti
in sinergia (settimanale on line, canale quotidiano, associazione)
sono in grado di generare numeri, se ci crediamo e se ci mettiamo in
rete con le tante intelligenze sopite che guardano a noi per
risvegliarsi.

Non deludiamole. Non sarà un esercizio inutile. Sarà faticoso, ma non
inutile. E nel 2013 saremo protagonisti della stagione decisiva della
politica e non solo. Usiamo il 2012 per prepararci al meglio,
costruendo un bel palazzo solido dopo che per anni abbiamo lavorato
sulle fondamenta. Lo abbiamo fatto bene, per questo nessun terremoto
ora può gettarci giù.

Buon Natale

Mario

(Ho inviato questa email oggi ai miei amici più vicini...spero che al gruppo possa aggiungerti anche tu, che leggi questo blog...se hai qualcosa da proporre scrivi a: adinolfi@gmail.com)



permalink | inviato da marioadinolfi il 15/12/2011 alle 11:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

Il Pd del Lazio farà le primarie, bene

25 novembre 2011

Sono stati bravi Cristiana Alicata e Giovanni Bachelet a combattere la buona battaglia per le primarie nel Pd del Lazio: sembrava impossibile farcela, invece hanno vinto ed è una bella notizia.



permalink | inviato da marioadinolfi il 25/11/2011 alle 10:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

Propositi del canale e primo palinsesto

21 novembre 2011

CitofonareAdinolfi non è più solo una trasmissione, ma diventa un vero e proprio canale tv: è la trasformazione necessaria e possibile della comunicazione televisiva ibridata con il web. Il pubblico da noi non è statico oggetto di un flusso di informazioni e intrattenimento top-down. Il telespettatore diventa utente e dunque soggetto della comunicazione televisiva stessa. La rassegna stampa diventa social: fornisce nei primi tre minuti tutte le prime pagine più rilevanti e le informazioni degli editoriali del gorni, poi si apre al confronto e attende segnalazioni e commenti dai lettori di giornali sparsi nella rete. Costruiremo da oggi momenti di dibattito televisivo anche sul mondo dello sport e dell'arte, in cui protagonisti e soggetti del talk show saranno sempre i telespettatori-utenti, la comunità che compone la natura stessa del canale webtelevisivo. Io sarò un portavoce con la porta di casa sempre aperta. Basta CitofonareAdinolfi.

E veniamo ai palinsesti ufficiali del canale.

Palinsesto di CitofonareAdinolfi, canale di informazione della piattaforma Livestream: dalle 9.30 va in onda la rassegna stampa, sempre disponibile on demand. Dalle 11.30 alle 13 esordio del nuovo format "Novanta Minuti", talk show con la comunità degli utenti sulla giornata calcistica. Dalle 14 alle 14.30 "Il Bollettino dell'Arte", appuntamento quotidiano per la segnalazione e la critica di eventi artistici e culturali. Dalle 15 il piatto forte classico, CitofonareAdinolfi, talk show politica in diretta dal divano rosso di piazza Grazioli 18, per fare i dirimpettai di Berlusconi e raccontare l'Italia che forse cambia. Dalle 17 infine "PokerLife", quotidiano d'informazione sul mondo del poker. A tutte le trasmissioni si può intervenire in diretta via chat, in sms o voce chiamando il 347.3339367, in video tramite il profilo Skype marioadi71, dal vivo in studio citofonando Adinolfi a piazza Grazioli 18.

Tutto fruibile via web al link: www.livestream.com/citofonareadinolfi



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Monti, un governo di vecchi

16 novembre 2011

Monti (69 anni), Gnudi (74), Giarda (75), Ornaghi (64), Fornero (64), Cancellieri (68), Balduzzi (57), Profumo (59), Riccardi (62), Catania (60), Severino (64), Di Paola (68), Terzi (66), Passera (57), Moavero (58), Clini (65): 1030 anni in 16, età media 64.4...sì, comandano i vecchi in Italia.

Hanno messo tre donne brave e capaci alla guida di tre dicasteri importanti. In rappresentanza dei ventinove milioni di italiani nati dopo il 1970, manco un povero cristo. Possibile non ce ne sia mai uno capace e che non si senta la vergogna di pescare sempre tra i più antichi quando c'è da metter mano all'innovazione del paese?

Vabbè, ci rappresenterà il cinquantasettenne Corrado Passera, il più giovane della compagine governativa di Mario Monti. Quel Passera che, peraltro, ha un filino di conflitto di interessi. Ma ormai sono (ri)diventati dettagli.

Auguri al nuovo esecutivo, spero faccia bene.



permalink | inviato da marioadinolfi il 16/11/2011 alle 15:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa

La fine di Berlusconi o della politica?

13 novembre 2011

Il dibattito è acceso. Con le dimissioni di Silvio Berlusconi provocate, certo, dalla sua insipienza ma prevalentemente dalla leva azionata dai mercati e dai maggiori centri di potere internazionali e sovranazionali, è finito il berlusconismo o si sta semplicemente spegnendo il primato della politica in Italia?

E' un dibattito peloso, piuttosto ipocrita. La politica italiana e le sue classi dirigenti sono oscene da almeno un quarto di secolo: il saccheggio della cosa pubblica dell'ultimo decennio della prima Repubblica e l'avvento dell'improbabile statista di Arcore dal 1994 in poi hanno devastato qualsiasi considerazione si possa avere della democrazia rappresentativa in Italia.

Berlusconi è stato al centro dell'azione politica per diciotto anni, è stato premier per dieci e come lui nessuno mai: cosa resta della sua azione di governo? Semplicemente, niente. Berlusconi è stato al potere per tutelare i propri colossali interessi e tutelarsi dall'assalto dei suoi avversari, giudiziari e politici. Questi ultimi hanno a loro volta tutelato il proprio sistema di potere, quando sono stati governo e anche dall'opposizione, senza mai incidere seriamente sui problemi del paese.

Risultato: il dramma di un paese sull'orlo del default. E' un default provocato da centri di interesse estranei alla politica italiana? Certo. Ma se le banche francesi hanno in pancia 450 miliardi di euro in titoli del nostro debito pubblico, è normale che Sarkozy agisca. Se in Germania si sono stancati di andare in pensione a 67 anni mentre in Italia ci si va mediamente a 59 e poi il conto lo pagano i tedeschi, è normale che Merkel agisca. Se Berlusconi ha scelto di avere i suoi rapporti preferenziali di politica energetica con Gheddafi è Putin, è normale che il primo a commentare positivamente tre minuti dopo le sue dimissioni sia Obama.

Insomma, la politica italiana si è mangiata tutta la sua credibilità in due decenni: presso i cittadini e presso i consessi internazionali. La politica è morta probabilmente con la morte di Aldo Moro, che lucidamente e profeticamente aveva intuito tutte le conseguenze già dal carcere brigatista. Questa politica, questi politici hanno commesso il crimine di mandare in malora un intero paese per tutelare i propri piccoli e grandi interessi. Lo ha fatto Berlusconi in maniera plateale, lo hanno fatto gli altri.

Ora, vengono commissariati con un tizio trasformato in senatore a vita come la fata faceva con le zucche a cui spuntavano ruote da carrozza. Quella carrozza verrà sostanzialmente guidata da mano straniera e risponderà alle esigenze espresse in primo luogo dalla Banca centrale europea. Mario Monti agirà violentemente probabilmente cancellando le pensioni di anzianità, reintroducendo l'Ici, immaginando forme di tassazione patrimoniale. Ci aggiungerà un bel tocco di provvedimenti "anti-casta" su vitalizi e numero dei parlamentari, tanto lui è senatore a vita e venticinquemila euro al mese per sempre non glieli tocca nessuno, più la generosa pensione che si è già "guadagnato". E' l'uomo giusto per farci pagare tutto. Entra in scena tra gli applausi di coloro che saranno scuoiati.

E' l'ennesimo paradosso di un paese dove la politica ha finito di essere centrale da un pezzo, perché i cittadini non capiscono quel che accade, non leggono i giornali, non approfondiscono i temi. Si limitano, in stragrande maggioranza, a tifare. In un contesto del genere, prendere possesso dell'Italia da parte di interessi fondamentalmente sovranazionali non è solo facile. Pare persino giusto.

Auguri di buon lavoro al presidente del Consiglio, Mario Monti e al suo governo, che dominerà su un paese di anime politicamente morte. Da molto, molto tempo. Non da quando si è dimesso Silvio Berlusconi.



permalink | inviato da marioadinolfi il 13/11/2011 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

Citofonareadinolfi: le regole

9 novembre 2011

Citofonareadinolfi è la prima trasmissione webtelevisiva completamente dedicata all'opinione dei cittadini, per uscire insieme fuori dalla crisi e dalla fase di transizione infinita che ha ammazzato l'Italia grazie ai politici che come mestiere hanno fatto quello dei partecipanti ai talk show. 

Andiamo in onda oggi alle 15 ma accenderemo le webcam in ogni ora del giorno o della notte in cui ci sarà qualcosa da raccontare. Non vogliamo poltroncine comode per politici e pubblico che applaude attorno. Quelle poltroncine le abbiamo fatte a pezzi. C'è un divano rosso in cui stavolta il protagonista è il cittadino elettore e le sue opinioni. Ognuno conta uno. Ognuno può parlare.

Ci sono delle regole. La trasmissione va in onda su Livestream, per la precisione al link www.livestream.com/citofonareadinolfi. Si può intervenire attraverso la chat di Livestream, attraverso le mie pagine pubbliche di Facebook (www.facebook.com/mario.adinolfi.giornalista) e Twitter (www.twitter.com/marioadinolfi), via cell in voce o via sms al 347.3339367, oppure sedendosi sul divano rosso: basta citofonareadinolfi a piazza Grazioli 18 mentre la trasmissione è in onda.

Da piazza Grazioli, cuore della stagione del berlusconismo, andiamo in onda con la prima puntata mentre lo spread è a 570. Che Dio ce le mandi buona. All'Italia eh, mica a noi. Noi ce la caveremo alla grande.



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Quelli che in piazza San Giovanni meglio di no

5 novembre 2011

Elenco delle categorie categoricamente non invitate oggi in piazza San Giovanni, in quanto decisamente non gradite ai piani alti: quelli che guardano il Grande Fratello, perché hanno evidentemente il cervello in pappa; quelli che ridono alle battute di Cristian De Sica e mica siamo in un film di Alberto Sordi; quelli che pensano che il Corriere della Sera non racconti poi male le vicende del Pd; quelli che andranno a vedere I Soliti Idioti; quelli che a un concerto de Vecchioni manco pagati; quelli che si ostinano a tifare ancora Milan (licenza speciale per Enrico Letta); quelli che trovano coerenti e positivi i ragazzi del Movimento Cinque Stelle; quelli che pensano che Draghi e la Bce conoscano i meccanismi per salvare l'economia europea meglio di Fassina; quelli che non leggono l'Unità da mesi, da quando si è capita la solfa; quelli che all'Unità preferiscono decisamente Europa; quelli che non sanno cosa sia YouDem; quelli che non considerano Beppe Grillo un buffone; quelli che tifano Renzi contro i dinosauri; quelli che leggono Repubblica e scoprono che tifa Renzi contro i dinosauri; quelli che pensano che la Cgil non abbia sempre ragione, anzi, di questi tempi sbaglia molto; quelli che sbuffano ai film di Nanni Moretti e ai cd di De Gregori degli ultimi vent'anni; quelli che guardano l'Eredità o, peggio, Bonolis che fa da traino al Tg5; quelli al di sotto dei trent'anni, se non iscritti ai Giovani Democratici; quelli che pensavano al Pd come ad una casa aperta a tutti e invece se non ti emozioni alla mostra del Pci dell'Istituto Gramsci non sei affidabile; quelli che vanno a messa tutte le domeniche e pensano che la famiglia con i figli vada aiutata più delle famiglie senza; quelli che hanno visto una puntata intera di Uomini e Donne; quelli che a Santoro e Formigli hanno preferito Io Canto e Don Matteo; quelli che sono stati, sono o saranno tra i papaboys, anche se hanno esperienza di piazze piene. Ma che ce frega, tanto a noi la piazza la riempie lo Spi-Cgil e organizza pure i pullman.



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Iachetti, Brignano e le folle oceaniche

4 novembre 2011

Ecco, questa cosa di Iachetti e Brignano che si mettono a fare gli indignati sparando insulti qualunquisti un po' a casaccio fuori tempo massimo, mentre si riempiono le tasche con i soldi di Berlusconi, mi fa venire voglia di dire: "Guardate che c'è una casta più pericolosa dei parlamentari mezze tacche con vitalizio ed è quella che per anni a suon di cachet miliardari ci ha tenuto buoni e alla fine rincoglioniti facendoci ridere dalle reti Mediaset a forza di cazzate e di Gabibbi e quelli non si salvano l'anima sputando ora sul re morente. Brutta malattia di un'Italia che riempiva le piazze di oceani inneggianti al Duce e dopo il 25 luglio erano tutti antifascisti".



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Tifo Renzi, ma non vado alla Leopolda

30 ottobre 2011

Il motivo per cui non sono andato alla Leopolda è, oltre alla pigrizia da weekend, che non sarei riuscito in cinque minuti a dire tutto. Avrei speso cinque minuti solo per spiegare a Bersani quanto è stupido lui a non capire che la dicotomia giovani-anziani, in un paese gerontocratico in cui le generazioni precedenti hanno rapinato con violenza e menefreghismo chi è nato dopo il 1970, è non solo sensata ma ormai pronta a trasformarsi in un inevitabile e sano conflitto, altro che scalciare. 

E così non sarei riuscito a dire cosa farei se diventassi presidente del Consiglio, un presidente del Consiglio che è di sinistra perché crede che il cuore dell'essere di sinistra sia il battersi contro le disuguaglianze e la disaguaglianza più plateale è quella tra le generazioni e dunque, ecco il programma in cinque punti: estensione del metodo contributivo a tutti i lavoratori e ricalcolo delle pensioni in essere con il metodo destinato ai giovani; contrazione della spesa pubblica secondo le richieste della Bce, anche con interventi sul pubblico impiego; intervento sulla spesa scuola e sanità e servizi pubblici essenziali, con al centro il criterio che un servizio pubblico non deve necessariamente essere erogato dallo Stato, che deve invece solo verificare ferrei criteri di qualità e di paritario diritto all'accesso; riforma del mercato del lavoro che capovolga le attuali politiche salariali, chi accetta la flessibilità e i relativi contratti deve guadagnare di più di chi ha la sicurezza dei contratti a tempo indeterminato; investimento di un punto di Pil in istruzione e ricerca, un altro punto di Pil negli incentivi alla creazione di impresa e per le politiche abitative a favore dei nati dopo il 1970.

Solo a leggere questo sinteticissimo pezzo, ci avete messo cinque minuti, vedete perché non sono andato alla Leopolda?



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Per Fioravanti ora persino un bel dvd

28 ottobre 2011

E GIUSVA E' DI NUOVO STAR DI UN FILM
di Mario Adinolfi per Europa


E alla fine Giusva Fioravanti è tornato alle sue origini: fa la star
di un film. Anzi, di un "docufilm" come lo chiama Francesco Patierno
autore di "un documentario dal taglio cinematografico" che esce in dvd
per Sperling & Kupfer, per andare completare la serie di
cinque-libri-cinque usciti negli ultimi anni con lo scopo di
iconizzare l'immagine del ragazzo di buona famiglia protagonista della
famiglia Benvenuti che, incidentalmente, è stato anche il fondatore di
un gruppo di terroristi vigliacchi e neofascisti chiamati Nar, che
avevano come specialità quella di sparare e uccidere persone giovani e
indifese, in alcuni casi persino ignari passanti, a cominciare da quel
Roberto Scialabba colpevole di avere i capelli troppo lunghi che prima
Giusva fece cadere a terra ferito per poi sedersi a terra a cavalcioni
sulle sue spalle per essere certo di non sbagliare il colpo mortale
alla testa.


Ecco, a una persona così Patierno ritiene utile e profittevole
dedicare un film in dvd, non prima di aver denunciato di aver "subito
pressioni da destra e da sinistra affinché il film non si facesse". Ma
Patierno è un duro, uno che alle pressioni di destra e sinistra
resiste, confortato da dichiarazioni di supporto al dvd di tre
giornalisti, di destra e di sinistra, che hanno agito in questi anni
con i loro libri per comporre la riabilitazione di Giusva Fioravanti e
di Francesca Mambro, come se non bastasse il poterli incontrare liberi
per le strade di Roma ormai da quasi quindici anni, dopo nove
ergastoli e persino la condanna passata in giudicato come esecutori
materiali della strage di Bologna. Condanna che i tre giornalisti
(Andrea Colombo, Nicola Rao, Luca Telese) contestano.


Il più tristemente divertente dei tre è Nicola Rao, giornalista più
che simpatizzante per quella che faccio fatica a definire persino come
estrema destra, che su Fioravanti e i Nar ha dichiarato testualmente:
"A trent’anni di distanza può sembrare una storia di follia insensata
e inspiegabile. Se un ragazzo di vent'anni oggi leggesse e scoprisse
quello che hanno fatto i suoi coetanei di allora sicuramente non
potrebbe che definirla così. Chi oggi ha un'età sotto i quarant'anni e
quindi non ha vissuto quelle storie e quell'humus, direbbe con
certezza che erano dei pazzi assassini". Perché, scusa Rao, che altro
erano? Eroi ribelli, forse?


Questa incredibile ambiguità della memoria che porta a creare cinque
libri e un film innocentisti in pochi anni a beneficio di Fioravanti,
non è riservata alle vittime. Per loro, l'oblio. Nessun film su
Antonio Leandri, un povero impiegato venticinquenne ucciso da
Fioravanti solo perché s'è girato al grido "avvocato". Non era lui
l'avvocato da uccidere, ma solo un passante che gli somigliava un po'.
Nessun dvd per Maurizio Arnesano che aveva 19 anni e pagò con la vita
la colpa di essere un poliziotto e avere un mitra che piaceva a
Giusva. Nessun regista che racconti Mario Amato, il magistrato
trentaseienne che indagava sui rapporti tra eversione neofascista e
settori deviati dello stato che se ne serviva per fare lavori sporchi,
come la strage di Bologna avvenuta un mese dopo il brindisi a ostriche
e champagne con cui Mambro e Fioravanti celebrarono l'avvenuto
assassinio. Chissà se Rao e Telese e Colombo si ricordano i nomi,
almeno i nomi di Maronese (23 anni) e Codotto (25 anni), chissà se nel
dvd è raccontato come e perché Giusva li uccise. No, il film è per
dire che Fioravanti non c'entra con Bologna. Fioravanti da quindici
anni si gode il suo film.



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L'unica equa riforma delle pensioni

26 ottobre 2011

UNA MODESTA PROPOSTA: CONTRIBUTIVO PER TUTTI
di Mario Adinolfi per Europa

L’Inps tranquillizza

Mi sono ritrovato a discutere in tv con un alto dirigente Inps che insisteva, con incredibile faccia tosta e una qualche violenza verbale nei fuori onda, nel tranquillizzare le giovani generazioni sul futuro delle loro pensioni.
Ora, dopo le parole del presidente dell’istituto pensionistico, che temeva «una sommossa popolare» se fossero stati pubblicati i dati dei trattamenti previdenziali che tuteleranno la vecchiaia di chi è nato dopo il ’70, mi sembra che sia partita all’Inps una campagna di sostanziale ulteriore disinformazione che vuole avere toni tranquillizzanti.
Vengono mandate sui principali quotidiani proiezioni dell’ufficio studi Inps che vogliono dire agli under 40: state buoni, avrete anche voi il 70% dell’ultima retribuzione se lavorerete e verserete contributi per trentacinque anni (ipotesi del terzo tipo).

Un baluardo di conservazione
Fuori onda ho sottolineato al dirigente i dati della disoccupazione, del precariato, del lavoro nero che riguardano otto milioni di persone prevalentemente nate dopo il 1 gennaio ‘70. Per risposta il burocrate ha sostenuto che chi manda in giro l’allarme sulle pensioni future «è amico delle assicurazioni private». Avercela, almeno una, di amica così! Invece le sensazione che mi è rimasta è quella di una trincea che anche l’Inps vuole scavare a difesa di se stessa e del proprio ruolo cruciale, anche a scapito della verità dei fatti.
L’ennesimo luogo, insomma, che lavora per il mantenimento dello status quo, l’ennesimo burocratico baluardo della conservazione.

Un’alternativa
La verità è che oggi nel 2011 chi va in pensione di anzianità prende, mediamente, 1.800 euro al mese. Le pensioni di vecchiaia sono più basse, mediamente attorno ai 700. Ma è accettabile oggi che ci sia ancora una pletora di decine di migliaia di sessantenni che andranno in pensione già domani con una retribuzione del loro riposo che sarà il doppio del salario medio d’ingresso di un giovane laureato nel mondo del lavoro? È socialmente ed economicamente tollerabile? È equo? Si dice e si scrive un gran male, soprattutto a sinistra, dell’idea di abolire le pensioni di anzianità o almeno di innalzare l’età pensionabile. Ho un’alternativa.

Il metodo giusto
Propongo una soluzione di assoluta equità: che, come la mia pensione di nato dopo il 1970 è calcolata con il sistema contributivo, così tutte quelle in essere e le pensioni che erogate d’ora in poi siano calcolate o ricalcolate con il medesimo sistema. Come spiegava il dirigente Inps, il metodo contributivo è quello giusto: tanto hai dato, tanto ti spetta.
Bene. Allora, che valga per tutti. Perché lo spartiacque segnato nel 1995 dalla riforma Dini con il passaggio dal retributivo al contributivo solo per i giovani è stata la più grande iniquità tra le generazioni mai vista. Dopo quella riforma c’era ancora chi andava in pensione a 57 anni con il 90% dell’ultima retribuzione, noi lavoreremo fino a settant’anni e non prenderemo quel 70% dell’utima retribuzione che l’Inps propaganda per farci stare buoni. Per evitare una “sommossa popolare”, proprio ora che una riforma seria e speriamo equa ci viene forse imposta dall’Europa.



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Dagli Usa ai Balcani e un referendum cretino

21 ottobre 2011

PD, L'UNICO FUTURO E' IL RICAMBIO DEI DIRIGENTI
di Mario Adinolfi per Europa

E la semplificazione del 2008?

Ricapitolando. Il campo del centrosinistra esce dal Molise con sei liste (più il Movimento Cinque stelle) sotto il 10%. Vengono in mente i bei proclami delle primarie di quattro anni fa: volevamo fare il Partito democratico americano, siamo finiti nei Balcani.
Un altro dei dati fondamentali dell’intuizione del 2007 che va a ramengo: alle elezioni del 2008 il Pd impose la migliore innovazione degli ultimi vent’anni della politica italiana, riuscendo a semplificare il campo politico e a marginalizzare i nostalgici del comunismo.
Ora invece c’è pure chi sta facendo il diavolo a quattro, vedi referendum, per tornare al mattarellum: così le prossime politiche con Alfano contro Pd-Sel-Idv e posti in lista pure a Diliberto-Ferrero si perdono sicuro perché Casini, costretto a schierarsi dalla nuova eventuale legge elettorale, non si allea con tutto il Pci rimesso insieme.

Non ho firmato
Per questo ho resistito al pressing operato anche dall’amato giornale che ospita quotidianamente queste righe e ho evitato di firmare i quesiti sponsorizzati dall’ottimo Arturo Parisi, persona serissima ma che notoriamente non sa far di conto, citofonare Romano Prodi e chiedere.
Il paradosso è che Parisi, la direzione di Europa, Prodi, Stefano Ceccanti e tutti i referendari più convinti hanno una simpatia prevalente (credo) per il Pd che fu, rispetto a questa sorta di riesumazione del Pds che è il partito attuale.
Ma ormai l’obnubilamento è tale che non si riesce neanche più ad affinare gli strumenti per gli obiettivi.

Dialogando con Gilioli
Ho accennato a questi dubbi in qualche riga su Facebook e subito è spuntato un blogger con cui non vado quasi mai d’accordo, ma a cui riconoscono una grande passione politica: il buon Alessandro Gilioli, caporedattore all’Espresso nonché autore di quel Piovono Rane che piace tanto alla gente che piace. E insomma Gilioli subito lì a incalzare: qual è l’alternativa? Solo un piccolo passo indietro.
Nel 2009 proposi di accettare la candidatura di Grillo alle primarie: sarebbe stato un passo da partito “americano”, dove come si sa si candida alle primarie presidenziali ogni tipologia di linea politica, comprese quelle estreme e “comiche”.
Era la lezione di Aldo Moro che mi ispirava quello spirito di accoglienza dell’istanza di Grillo: avremmo “costituzionalizzato” il Movimento Cinque stelle e dato un imprinting diverso al Pd.

Salvezza nel cambiamento
Nella situazione terribile in cui siamo, la salvezza del campo del centrosinistra passa solo attraverso il radicale cambiamento della classe dirigente. Se da un processo che deve avviarsi molto in fretta Matteo Renzi riuscirà ad imporsi alla guida del centrosinistra, l’intesa con Casini diventerà possibile e la vittoria alle politiche pure. Se passerà l’imprudenza referendaria, Berlusconi la cavalcherà, Bersani o un altro postcomunista vincerà le primarie del centrosinistra e Alfano sarà il prossimo premier.
Poi, sperando in Dio perché l’alternativa sarebbe Berlusconi, Casini sarà il prossimo presidente della Repubblica. Il Pd sarà condannato all’irrilevanza e devastato dalla sconfitta, si scioglierà.



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A Fassina e ai giovani burocrati dell'Aquila

20 ottobre 2011

QUELLI CHE STANNO ANCORA NEL NOVECENTO
di Mario Adinolfi per Europa

Interrogarsi

Credo che dovremmo, di tanto in tanto, farlo tutti. Perché l’Italia non va, perché migliaia di ragazzi tirano i sampietrini a piazza San Giovanni, perché il Pd continua a perdere le elezioni, perché il Movimento Cinque stelle continua ad avanzare, perché Berlusconi hai voglia a dargli mazzate da tutte le direzioni ma quello mica casca: insomma, per tanti motivi ognuno di noi che pensa che la democrazia abbia un senso, dovrebbe interrogarsi sulle proprie convinzione politiche, quelle che diamo per automatiche.
Magari in pubblico (in questo i social network sono preziosi, permettono di avere feedback praticamente istantanei alle proprie riflessioni), magari con i propri amici di partito o anche solo con le persone a cui si vuole bene.

Essere di sinistra oggi
In questi giorni, dopo la lettera a Bersani di addio al Pd, rifletto molto sulla mia identità politica. Mi considero una persona di sinistra perché ho passato la vita a battermi per la riduzione delle disuguaglianze, ho in discreta antipatia i ricchi e i potenti, provo una etimologica simpatia per i precari e gli esclusi.
Il problema è: come si riducono le disuguaglianze? Risposta che mi do: attraverso la politica, riequilibrando la spesa pubblica. E ripensando totalmente l’idea di servizio pubblico, che non necessariamente deve essere statale. Più uguaglianza prima di tutto tra le generazioni, più opportunità, più spazio alla libera iniziativa. Meno spesa per l’apparato statale. Se declino nei dettagli questa idea, subito mi becco l’accusa di essere di destra. In questa distonia, però, non c’è un problema mio. C’è il problema della sinistra italiana oggi.

Partire da chi non lavora
Insomma, la penso esattamente al contrario di Stefano Fassina e di molti degli interventi che ho ascoltato nell’iniziativa aquilana degli scorsi giorni. Fassina afferma che bisogna partire dai bisogni dei lavoratori. Io credo che si debba partire dalle necessità estreme dei non lavoratori: dal 30% di disoccupazione giovanile, dalla condizioni terrificanti di cassintegrati e precari in nero. E poi dalla riduzione drastica della pubblica amministrazione, quella che Fassina e tutti gli “aquilani” difendono a spada tratta anche contro le indicazioni della Banca centrale europea.

Previdenza, sanità, istruzione
Io non credo che, in prospettiva, sia sostenibile che i tre centri di spesa pubblica (previdenza, sanità, istruzione) siano così invasivamente nelle mani dello Stato. Quei tre comparti si mangiano oltre il 50% del Pil ogni anno e senza arrivare ad una compartecipazione del privato nell’erogare servizio pubblico l’Italia non potrà che implodere. Le tre ricette sono: riequilibrio generazionale della spesa previdenziale, sistema misto nella sanità, libertà scolastica tra istituti parificati. È un programma di destra? È un programma indigeribile per chi è andato a L’Aquila.
Credo che alla Leopolda di questi temi si potrà discutere. Io sono pigro e non credo di andare. Ma spero ci siano molti giovani esponenti democratici disponibili a considerare questa come un pezzo della piattaforma possibile per la sinistra che verrà e proverà, insieme, a salvare l’Italia e a vincere per poterlo fare.



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Spiegando al Pd il modello-partito di Grillo

19 ottobre 2011

LA LEZIONE DEL MOVIMENTO CINQUE STELLE
di Mario Adinolfi per Europa

Le elezioni in Molise

In Molise il Movimento cinque stelle è stato probabilmente decisivo per l’assegnazione della vittoria al centrodestra. Il suo sconosciuto candidato presidente ha ottenuto quasi il 6% dei voti, a fronte di un voto di lista che ha superato di poco il 2%. Il Pd si è fermato al 9%, mentre Ds e Margherita cinque anni fa presero sommati quasi il 24%. Seguendo sui social network le reazioni di dirigenti e militanti democratici, era tutto un fiorire di attacchi a Beppe Grillo ritenuto responsabile della sconfitta.
Faticosamente e per l’ennesima volta questa rubrica si prende la briga di spiegare cos’è il Cinque stelle a chi evidentemente non vuol capire, eppure dovrebbe farlo, e pure in fretta.

Come la Lega
Il Cinque stelle è la nuova Lega. Per usare una vecchia espressione dedicata ai leghisti è «una costola della sinistra», anche se i grillini odiano essere definiti così, almeno quanto odiano essere definiti grillini. Eppure, proprio come la Lega, il Cinque stelle ha una base popolare ormai assai diffusa e legata ad un territorio. Per i leghisti quel territorio era il nord, per il M5s è la rete.
Come la Lega il cinque stelle è insieme sottovalutato e bistrattato da commentatori e professionisti della politica, considerato a metà strada tra un’orda di ingannati da un pifferaio magico un po’ cialtrone (allora era Bossi, oggi è Grillo) e una moda transitoria destinata presto a disfarsi «come l’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini». Questo si scriveva della Lega vent’anni fa. Chissà cosa si scriverà dei grillini tra vent’anni.

Un modello nuovo
La verità è che il Cinque stelle ha inventato un modello nuovo di partito fondato su quattro pilastri: un leader-guru di riferimento con forte impatto sulle piazze fisiche e virtuali; candidati giovani selezionati dal basso, spesso completamente sconosciuti; uso massiccio del web per generare programmi elettorali molto chiari e condivisi secondo il metodo della democrazia diretta, oltre che per sopperire alla carenza di fondi visto che rifiutano ogni finanziamento pubblico; attività degli eletti (che restituiscono al territorio gran parte degli emolumenti) continua e trasparente, messa a disposizione della valutazione della cittadinanza in particolare attraverso i social network.
Questa ricetta, la prima di un partito da ventunesimo secolo, funziona e risulta credibile.

E il Pd?
È una lezione anche per gli altri partiti? Potrebbe. Ovviamente è “scandalosa” per i suoi aspetti dissacranti. Potrebbe mai il Pd selezionare dal basso candidati giovani, valenti e sconosciuti per le posizioni apicali, rifiutare il finanziamento pubblico, esporre i suoi eletti alle valutazioni pubbliche via social network? Ovviamente no. Ma se lo facesse prenderebbe più o meno voti? Da questa risposta dipende molto del futuro dei partiti tradizionali. E arriva la spiegazione del perché in Molise il candidato presidente del Cinque stelle sfiora il 6% e quello del centrosinistra, ex Forza Italia, porta il Pd al 9%.



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Pasolini non spiega, Moro non c'è

18 ottobre 2011

COMUNQUE, ERA UNA BRUTTA MANIFESTAZIONE
di Mario Adinolfi per Europa

Analisi conformiste

Mentre arriva la giusta ondata repressiva sugli ambienti che hanno scatenato gli scontri di sabato a Roma, sia consentito provare una riflessione fuori dalle righe, compiuta a freddo dopo aver analizzato per tre giorni profili Facebook e luoghi del web abitualmente frequentati dai giovani dell’area cosiddetta antagonista. Bisogna partire da un dato: le analisi a caldo hanno dimostrato una quantità sospetta di conformismo e uniformità.
Si poteva leggere Calabresi sulla Stampa, piuttosto che Cazzullo sul Corriere della Sera e persino Scalfari su Repubblica per trovare la stessa identica pappardella: si è manifestato in tutto il mondo, ma ci siamo fatti riconoscere solo in Italia, peccato per la bella manifestazione rovinata da una infima minoranza di violenti idioti. Non sono d’accordo, non è andata così.

Una manifestazione cretina
Intanto, non era una bella manifestazione. Era una manifestazione sostanzialmente cretina per metodo e obiettivi, ancorata a modelli rivendicativi del secolo scorso (riverniciati, ma del secolo scorso), infarcita di Cobas e rifondaroli di tutti i comunismi estremi possibili.
C’era ovviamente anche molta gente in buona fede, ma la piattaforma politica “contro le banche e i banchieri”, Draghi e la Bce, era ingenua e stupida.
Se quei giovani “indignati” vedessero applicate le ricette che la manifestazione propugnava, in tre settimane staremmo come in Grecia.

In Grecia ci sono stati i morti
Qui arriva il nodo del “ci siamo fatti riconoscere solo in Italia”, mentre negli altri 82 paesi si è marciato pacificamente. Negli altri paesi la condizione delle giovani generazioni non è disperata come in Italia. In Grecia, dove stanno peggio, ci sono stati i morti. La violenza è direttamente proporzionale al livello di disperazione. Ho provato a spiegare per l’ennesima volta anche negli scorsi giorni la condizione di estremo disagio degli italiani nati dopo il 1 gennaio 1970: uno su tre non ha lavoro, chi lo ha è sottopagato, non ha indipendenza abitativa, le prospettive di welfare e previdenziali sono nulle, ieri la Caritas ha certificato un innalzamento del 60% dei suoi aiuti a persone under 35.
Se io non avessi lavoro, né casa, né affetti, né prospettive escluderei il lancio rabbioso di un sampietrino? Non avendo nulla da perdere, ci si può esporre al rischio di perdersi, attraverso la scorciatoia disperata della violenza.

Una nuova umanità
Poi ieri su Repubblica Carlo Bonini e Maria Novella De Luca hanno provato a tirare in ballo Pasolini: sono borghesi, violenti figli di papà. Non è così, non siamo al ‘68, non è Valle Giulia. Gli studenti sono pochi tra black bloc e anarchici. Ci sono gli ultras del calcio e i napoletani della rivolta dell’immondizia, gli insurrezionalisti e i precari incavolati. Poca ragione intellettuale, molta voglia di scassare tutto: ed è tanta gente, non una tranquillizzante «infima minoranza». No, Pasolini stavolta non spiega. Il problema è un altro. È che non c’è Aldo Moro, non c’è la politica, non c’è un leader capace di dire: «Vi sono certo dati sconcertanti, di fronte ai quali chi abbia responsabilità decisive non può restare indifferente: la violenza talvolta, una confusione ad un tempo inquietante e paralizzante, il semplicismo, scarsamente efficace di certe impostazioni sono sì un dato reale e anche preoccupante. Ma sono, tuttavia, un fatto, benché grave, di superficie. Nel profondo, è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia». (Moro, 1968). Sabato si è scritta una triste pagina di storia. Sta alla politica, ora, non far tracimare il tutto verso la tragedia.



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Dopo gli scontri di San Giovanni

16 ottobre 2011

L'invettiva di Pasolini non spiega più nulla, servirebbe Moro, ma non c'è.

Oggi sono troppo sfiduciato. Domani, se recupero speranza nel fatto che le parole servano ancora a qualcosa, scrivo un ennesimo articolo e vi spiego quello che Calabresi, Cazzullo, Scalfari e tutta la compagnia di giro proprio non riesce a capire.



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Sabrina Misseri, nuovo caso Tortora

11 ottobre 2011

Da un anno, sbertucciato dai soliti scicchettosi, ripeto con dolore che quello di Sabrina Misseri è un nuovo caso Tortora: lo so che parlare di Avetrana non fa figo, ma in realtà quel caso (noto a tutti) spiega qualcosa di terrificante del sistema giudiziario penale del nostro paese. Le indagini, salvo che non sia coinvolto Silvio Berlusconi, si fanno poco e male. I pm si innamorano di un teorema e poi passano "indiscrezioni" ai cronisti che montano su il patibolo su cui impalare il malcapitato. Le prove non vengono raccolte, ai pm basta l'esposizione mediatica perché con quella si fa carriera. Al limite si usa la carcerazione preventiva come arma di tortura per estorcere confessioni o chiamate di correità. Per una chiamata di correità del padre Michele, Sabrina è in carcerazione preventiva da un anno. La Cassazione già per la seconda volta ha detto ai magistrati tarantini che il loro castello accusatorio è completamente illogico.

Io, sommessamente e completamente isolato perché nel mondo dei media l'obesa antipatica deve pagare, lo vado ripetendo dal 16 ottobre, quando una ragazza di vent'anni è stata messa ingiustamente in carcere e marchiata comunque a vita con la lettera scarlatta. A. Assassina. Povera Sara che non avrà giustizia, come non l'avranno Chiara e Melania, Meredith e Yara. Per colpa di un sistema inquisitorio italiano tutto mediatico e nella sostanza confusionario e cialtrone e pericolosissimo per chi si ritrova stritolato in quegli ingranaggi.



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A sostegno dei giornalisti precari

10 ottobre 2011

I giornalisti precari dell'Unità hanno scioperato per due giorni. Non se li è filati nessuno. I precari dell'Unità prendono venti euro lordi a pezzo. Se lavorano come pazzi arrivano a seicento euro lordi al mese. E vengono pagati con quattro mesi di ritardo. Adesso manco più quello. Non li hanno pagati. E scioperano. All'Unità è arrivato un direttore nuovo. E subito ha fatto il contratto a Francesco Cundari, uno dei 14 rimasti in mezzo alla strada di Red Tv, ma l'unico ad essere il miglior amico di Matteo Orfini, longa manus di D'Alema e responsabile del Pd per l'informazione. Uno che parla di meritocrazia in Rai, poi fa assumere l'amico all'Unità e un altro amico lo fa vicedirettore al Tg2. I precari scioperano. Cundari sull'Unità scrive che le "forze democratiche e progressiste" non possono non essere contro la Bce che chiede il ridimensionamento della nostra pubblica amministrazione e la rimodulazione del welfare. Lo capisco. Al welfare all'italiana, quello della cricca che ti protegge, lui non rinuncia. Altrimenti era un precario e finiva a scioperare e a pensare che essere di sinistra non è essere conformisti e scodinzolanti, come ti chiede di essere questo Pd. 

Essere di sinistra è pagare i precari dell'Unità. Magari anche un filino meglio, se non si è obbligati a fare i contratti agli amici degli amici.



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Il furore ideologico dell'Unità di Sardo

1 ottobre 2011

La fatwa dell’Unità contro chi sta con la Bce

di Mario Adinolfi per Europa
Da Gramsci a Sardo 
Un vecchio direttore de l’Unità diceva che i giornali andavano lasciati nelle edicole. Ora, da quando ci siamo attrezzati con tablet e altre diavolerie elettroniche a cui i lettori di questa rubrica sono piuttosto avvezzi, si può dire che la sua sinistra profezia sta avendo piena realizzazione. Io, per esempio, leggo l’Unità solo online. Ha un buon sito, non buono come quello di Europa che a mezzanotte già ti consente di leggere i pezzi del giornale del giorno dopo, ma comunque è un buon sito. Ieri, per esempio, dove aver letto l’editoriale di Europa sulla lettera della Bce, ho avuto la curiosità di andare a leggere via web quel che ne pensava il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e ora diretto da Claudio Sardo.

Sulla linea della Fiom? 
Ho letto un commento-editoriale sulla lettera della Bce che ha reso evidente come ormai nel Pd ci sia un problema grande quanto una casa in termini di politica economica, che va bene che il responsabile dell’area tematica è l’operaista Fassina, ma la linea dell’Unità ormai non sembra neanche quella della Cgil, è direttamente quella della Fiom. Insomma, a fronte di una Bce che chiedeva all’Italia cose ovvie (ridurre l’elefantiaca pubblica amministrazione, avviare bene le privatizzazione, rimodulare il welfare state) per caricarsi in cambio l’acquisto di decine di miliardi di euro di titoli del debito pubblico italiano, l’Unità pensa bene di rispondere picche.

Bce? Dall’altra parte 
E non è una risposta sfumata, ma ultimativa. Splendido l’ultimo paragrafo del commento- editoriale sobriamente intitolato “Su quei punti c’è il discrimine tra destra e sinistra”. Dicevamo, il paragrafo: «Le forze democratiche e progressiste non possono che stare dall’altra parte» rispetto alle richieste della Bce. Con tanti saluti al vicesegretario Enrico Letta e, soprattutto, a Romano Prodi che ha definito la medicina richiesta dell’Europa «amara ma inevitabile».
Qui si apre una distanza dialettica tra due opzioni che non possono non essere definite antitetiche in un grande partito riformista: si sta con i liberal o con i postcomunisti mascherati che teorizzano ormai che il debito non va pagato? 

Verso una frattura 
La lettura, online mi raccomando, de l’Unità offre tutti i giorni l’idea di una linea molto netta in questo senso.
Netta e manichea: si è di sinistra, si è legittimi appartenenti alle forze “democratiche e progressiste” solo se si pensa che non un impiegato pubblico in meno debba esserci nell’elefantiaca macchina dello stato, non un asset dello stato debba essere privatizzato, non un euro di pensione vada toccato a quei milioni che ci sono andati prima dei cinquant’anni e che per questo ora costringeranno ventotto milioni di italiani nati dopo il 1970 ad andarci a settant’anni con il quaranta per cento dell’ultima retribuzione. Questa fatwa per cui per essere di sinistra non si può che stare “dall’altra parte” rispetto alla Bce forse andrebbe ammorbidita dai democratici successori di Gramsci. Perché altrimenti il Pd andrà inevitabilmente verso una frattura e perché il Pd nel 2007 era nato dicendo altro. Anche sui quotidiani che hanno un bel sito web.



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Caro Bersani, riconsegno la tessera del Pd

28 settembre 2011

Caro Bersani, 


ti scrivo perché dopo una lunga e addolorata fase di riflessione ho deciso di riconsegnarti la tessera del Partito democratico. Lo faccio senza astio, con simpatia e stima per la persona seria che sei, con la convinzione che se domani ci fossero le elezioni sarebbe ancora il Pd il partito che voterei. Ma con la certezza che lo voterei per assenza di alternative e non perché io pensi che questo Pd possa davvero salvare l'Italia dalla condizione disastrosa in cui versa. Poiché mi accorgo di non essere d'accordo con la strategia complessiva del partito, poiché ormai mi sembra un partito intriso di conformismo conservatore, poiché le ultime scelte (dalla partecipazione alla piazza della Cgil, alla ricetta di politica economica e del lavoro, all'orizzonte politico complessivo indicato dalla tua foto recentissima con Di Pietro e Vendola, con annuncio di posti in lista persino per Diliberto) mi vedono disperatamente contrario, non posso che prendere atto di questa distanza e misurarla con responsabilità. Sono un giornalista e mi riprendo completamente quella libertà che un giornalista militante non può avere.


Ho partecipato con entusiasmo all'esperienza fondativa del Pd nel 2007 e ho condiviso pienamente la scelta del partito "a vocazione maggioritaria" che alle elezioni del 2008 ha cambiato il panorama politico italiano riducendo la frammentazione, chiamando gli italiani a una decisa scelta di campo. Volevamo un partito che ibridasse le culture senza annullarle, che fosse sempre più aperto, che si caratterizzasse per il protagonismo delle giovani generazioni. Su questa scommessa io mi sono impegnato in prima persona, candidandomi alle primarie fondative prima e alle elezioni politiche poi.


Quel respiro si è accorciato con le primarie del 2009, ora il Pd è ritornato ad essere il Pds: i cattolici più impegnati nella fede sono stati marginalizzati e costretti ad andare altrove, stessa sorte per il co-fondatore leader della Margherita, molti dei miei amici provenienti dalla cultura del cattolicesimo democratico hanno smesso di fare politica o sono emigrati altrove.


Per le giovani generazioni, poi, si è offerta la trafila appartenenza-fedeltà-cooptazione come percorso a cui ambire, rovinando completamente qualsiasi dinamica di rinnovamento, con la felice eccezione di Matteo Renzi e pochi altri, che si sono affermati avendo contro la quasi totalità dei leader della nomenklatura di partito.


L'apertura del Pd agli altri mondi è stata nulla: mi sono battuto per consentire la candidatura di Grillo alle primarie, ho chiesto il coinvolgimento organico dei radicali e dei socialisti, ho persino promosso l'idea di un referendum sul matrimonio omosex (a cui sono ferocemente contrario) con l'obiettivo di aprire il più possibile le porte e le finestre del partito. Che sono rimaste sigillate e dietro quelle porte si consumano vecchi riti da vecchio Pci che non ha tutta questa voglia di confrontarsi con il futuro e si tiene invece ben stretto un passato che ripiomba sul presente con vicende come quella di Penati, di cui nel Pd si è preferito non discutere provando a far passare l'idea della "mela marcia".


Ma il nodo della mia rinuncia all'impegno militante nel Pd resta l'analisi sbagliata che questa classe dirigente fa dell'essere "di sinistra". Io ho sempre ritenuto che il mio impegno a sinistra fosse motivato dalla necessità di ridurre le diseguaglianze, la più clamorosa delle quali è la diseguaglianza tra le generazioni. Oggi i ventotto milioni di italiani nati dopo il 1 gennaio 1970 hanno un welfare state azzerato dalla bulimia dei loro padri, che hanno avuto tutto: posto fisso, casa di proprietà, rendimenti da titoli del debito pubblico che hanno affossato l'Italia, scatti di anzianità, scivoli previdenziali, pensioni baby, pensioni di anzianità, pensioni di vecchiaia che nel 27.8% dei casi sono di gran lunga superiori al salario medio.


Oggi i ventotto milioni di italiani nati dopo il 1 gennaio 1970 sono preda della più alta disoccupazione giovanile di sempre, se lavorano sono precari, non possono acquistare una casa propria, pagano il prezzo del debito pubblico, subiscono politiche salariali penalizzanti, hanno una prospettiva pensionistica da povertà assicurata e, se andranno in pensione, ci andranno dopo i 70 anni quando i loro padri ci andavano anche prima dei 50.


L'Italia è spaccata in due: da una parte lavoratori tutelati, pensionati e pensionandi. Dall'altra gli under 40. Il Pd non vuole che sia toccato nulla ai primi e dunque, a parte le chiacchiere solidali, non vuol restituire niente ai giovani.


E' o non è questa la più grande diseguaglianza, la più grave ingiustizia? Nel Pd una classe dirigente novecentesca (e anche molti dei suoi giovani cooptati) rimastica ricette scritte dalla Cgil a tutela dei già tutelati e marginalizza proposte come quelle di Pietro Ichino e di qualsiasi stretta alle pensioni in essere più ricche. Siamo stati addirittura capaci di batterci contro il contributo di solidarietà, finendo per beccarci un aumento generalizzato dell'Iva, tassa che colpisce prevalentemente i ceti meno abbienti e precari. Ormai ragioniamo per schemi e sono schemi che non reggono più la sfida del tempo.


Nel 2007 mi sembrava volessimo costruire un partito adeguato a quella sfida. Oggi la direzione di marcia è un'altra e non mi approvo. Non lascio il Pd per approdare ad altri lidi, che non ci sono. Lascio la politica militante, con dolore, preferendo dedicare il mio tempo all'attività professionale e alle mie figlie che crescono in un'Italia che dà i brividi. Tornerei ad impegnarmi nel Pd solo se vedessi possibile l'alzare la testa dei più giovani, in conflitto con voi anziani dirigenti che ormai non rappresentate più alcuna speranza. Sosterrei Renzi alle primarie, insomma. Ma non mi entusiasma questa ordinaria amministrazione. Per cui lascio.


Lo faccio nei giorni in cui si torna a parlare di unità politica dei cattolici. Vedi, caro Bersani, avevo già scritto una lettera simile a questa nel 2001, dieci anni fa: al segretario del mio partito di allora, il Ppi, contestavo l'idea di avviare un processo di scioglimento che avrebbe significato annessione al Pds. Nel 2007 avevo sperato di essermi sbagliato. Oggi mi accorgo di aver avuto vista lunga. Mi dispiace, ma io non ero iscritto al Pds allora e non voglio essere iscritto al Pds oggi. Forse davvero avremmo dovuto essere più coraggiosi e non cedere a chi volle frantumare il cattolicesimo politico fino a renderlo irrilevante. Ma è un discorso che approfondirò altrove, nell'attività pubblicistica che spero vorrai seguire.


Ho scritto fin troppo. Resta solo lo spazio dei saluti, che sono cordiali e senza alcun rancore. Ma un Pd così non è una speranza per il paese. Spero che tu te ne renda conto, che tu possa rinunciare dunque all'idea di candidarti premier, lasciando spazio a una nuova generazione di leader democratici non cooptati e aperti, che sul territorio a macchia di leopardo si sta formando. A loro darò una mano volentieri. A te potrei dare solo il mio voto, ma senza la convinzione di vedere grazie a te cambiare l'Italia, perché l'Italia del futuro possibile tu non sai immaginarla. Non è colpa tua, ma dopo la rapina subita dalla mia generazione io di un politico sessantenne non mi fido più.


Con sincerità


Mario Adinolfi




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A Ranieri, pischello de Testaccio

22 settembre 2011

Daje Claudie’ falli sogna’ o almeno nun li fa piagne !!

Claudio Ranieri. Pischello de Testaccio, hambriento de exitos en Valencia, proud man walking in London, eterno secondo tra Mole e Colosseo, per sconfiggere la sindrome da zero tituli della Beneamata post-Mourinhiana potrebbe, e dico potrebbe, essere l'uomo giusto al posto giusto. Dalla macelleria di via Luca de la Robbia alla Beneamata Morattiana, passando per il Mestalla, lo Stanford Bridge, la Vecchia Signora e l’Olimpico de Roma, c'è una storia che mi riempie di orgoglio. 

Claudio da sempre è uomo di scelte coraggiose. Costruì i primi successi preferendo umiltà, silenzio e duro lavoro alla caciara e al fancazzismo che da sempre contagiano li regazzi fatti cor pennello a Piazza S. Maria Liberatrice (tranne Mario, Stebaldo, Santrino, il sottoscritto e poche altre eccezioni). Fu precursore dell'informazione maniacale sull'avversario, know your enemy to beat your enemy, sebbene non comprasse er Coriere né da Righetto né da Arvaro, storici portali informativi della galassia testaccina. Fece la scelta di essere un pioniere all'estero piuttosto che comprimario in patria e per questo provo grossa empatia per lui. Tough work and discipline is what we need e così portò il Chelsea in ritiro nientepopodemenoche a Roccaporena invece della solita tournée nei famosi merchandising hot markets, suscitando le ire di Lampard & Terry (mica Tom & Jerry) che sul pullman che li riportava a Cascia cantavano sulle note di Copacabana "Rocca Rocca Porena, so shitty we all went insane, Rocca Rocca Porena ....". 
Rimpianto dai fantasmi bianconeri guidati allo sbando da “Ciro mio”, ha avuto il coraggio di sostituire er Capitano e Capitán Futuro nella partita piu’ importante dell’anno, non la finale di champions ma er derby daa capitale, un secondo tempo storico senza romani e’ stata una prima assoluta. Da ieri ha sposato il progetto Inter o piu’ probabilmente l’assenza di un progetto Inter post Rossi e Mourinho, scelta piu’ coraggiosa di starsene tranquillo nel gabbiotto Rai a opinionare sul calcio italico. 

Il mio amico Andrea, cummenda doc co’ la gazza sotto il braccio, non sa se Claudio abbia tutto per fare bene all’Inter, gli avrebbe preferito di gran lunga il bullo di periferia per eccellenza, Zenga, l’unico ad avere avuto il coraggio di dire a Variale cosa il mondo pensi di lui. Ma Claudio e’ di sicuro un uomo di poche parole molti fatti, pochi proclami molti risultati e sono sicuro dara’ grosse soddisfazioni.

Come diremmo noi pischelli de Testaccio: daje Claudie', famo er tifo pe te!

Volps
(con la collaborazione di Andrea)



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Difendo il papa e i ragazzi cattolici

19 agosto 2011

SE LA GMG ERA UN GAY PRIDE
di Mario Adinolfi per Europa

Ora, io capisco che siamo nei tempi in cui le donne all’ennesima potenza sono i trans e le fidanzate e le mogli e le madri sono poco riposanti, dunque passate di moda, figuriamoci le suore.
Capisco pure che in un secolo preda del pensiero debole e, soprattutto, di debolissimi pensieri serve andarsi a capare un nemico e dunque l’unico pensiero fortissimo rimasto in piedi si attaglia perfettamente alla bisogna. Ciò non toglie però che io abbia necessità adesso che qualcuno mi spieghi perché andare a provocare il più grande raduno di giovani cattolici in Spagna davanti al papa con “baci gay di massa” sia tanto de sinistra. Ovviamente se qualche settimana fa qualcuno avesse osato dire mezza parola sul Gay pride nella capitale della cristianità era un retrogrado reazionario medievale.
Ma li avete mai visti quelli che i giornali chiamano “i papaboys” e i settimanali patinati scicchettosi raccontano come un branco di retrogradi vittime di un pensiero medievale, mentre esaltano la “coraggiosa laicità” della pattuglia dei contestatori disinformati di Puerta Del Sol? Avete mai incontrato per davvero ragazze e ragazzi tanto invasi di gioia, tanto lieti di essere al mondo e di attraversarlo pur nella fatica infinita che tocca alle giovani generazioni? Perché qualsiasi raduno di sciamannati in qualsiasi parte del mondo deve svolgersi nelle massime condizioni di tranquillità e sicurezza, mentre solo ai giovani cattolici e al loro papa Benedetto XVI tocca muoversi con la marcatura asfissiante di gente che vuole semplicemente rovinare una festa? Non può che infastidire il consenso di cui gode, soprattutto a sinistra, questa sciocca contestazione.
Se attraversiamo i lidi dei social network di area “democratica” si trovano vagonate di astio nei confronti del papa, dei cattolici, di questa Giornata mondiale della gioventù a Madrid. Si affermano certezze indicibili contro la Chiesa e la Città del Vaticano, cialtronescamente fondate sul nulla, se non sulla sensazione generica che fare gli anticlericali sia cool. I ragazzi della Gmg se ne fregano e vanno avanti con le loro chitarre e i loro canti, le loro preghiere e la loro gioia dello stare insieme. Credo stiano vincendo loro.
Ma, insomma, se la Gmg era un Gay pride avremmo considerato sopportabile quello che stanno sopportando in termini di ostilità a Madrid le ragazze e i ragazzi cattolici? Immaginate diecimila contestatori che al passare del carro con le drag queen si fossero messi a insultare e contestare pesantemente la manifestazione omosessuale. Quanto ci saremmo scandalizzati? Tanto. Invece tutti quegli invasati che mostrano il dito medio in faccia alle suorine, sono dei rappresentati del pensiero laico e liberale. E sui quotidiani si fa un articolo sulla presenza del papa a Madrid e un articolo sui contestatori, secondo il cerchiobottismo sempre di moda a meno che non ci sia l’aggravante di omofobia, che allora si sta tutti lì a cantare in coro. Mi chiedo da tempo se non sia necessaria una postilla alle legge Mancino per l’aggravante di cattolicofobia, valida in particolare per chi si dichiara di sinistra. Per fortuna gli ipertecnologici giovani cattolici di Madrid postano su Twitter la foto della loro festa, dei contestatori se ne fregano e hanno ascoltato ieri Benedetto XVI chiedere con voce ferma «un lavoro degno» per loro e poi affermare con voce netta: «Che niente e nessuno vi tolga la pace». Amen.



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Ho compiuto quarant'anni

16 agosto 2011

Ieri ho compiuto quarant'anni e sono incredulo davanti alla massa di centinaia e centinaia di messaggi di affetto che ho ricevuto. Credevo d'aver seminato più vento, di essere destinato a raccogliere più tempesta. Invece i rigagnoli d'amicizia hanno reso fecondo il mio terreno forse oltre i miei meriti. Insomma, grazie. Per gli auguri, per l'attenzione che mi avete riservato in questi anni (benevola o malevola, l'attenzione è sempre un gesto significativo), per aver dato un senso collettivo al mio fare individuale.

 

Molti anni fa su questo blog pubblicai un post, oggi voglio riproporvelo perché si mostra ancora pienamente sensato e mi mette a nudo per bene e rappresenta anche una sorta di ponte tra il primo tempo della mia vita che si è appena chiuso e il secondo che va oggi ad aprirsi.

 

La mia vita si basa e si edifica su Quattro Pilastri: la Parola, l'Azione, il Gioco, gli Altri.

 

La Parola è il mio alfa e il mio omega. La frase che porterei tatuata sulla pelle, se trovassi accettabile subire la tortura del tatuatore, sarebbe quella che apre il vangelo di Giovanni: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio". La Parola è il mio cibo, non solo perché il mio lavoro ruota attorno alle parole tra giornali e libri e blog e radio e tv, ma perché tutta la mia passione è piena di parole, parole che hanno appreso i meccanismi ironici e maieutici di Socrate, raccontati così bene nei dialoghi di Platone. La Parola è il presupposto di quel Supremo Principio che è la Democrazia, valore in sé, che si realizzerà solo quando sarà Democrazia Diretta, fitta foresta di parole. Di me resterà, alla fine di tutto, della polvere e molte parole.

 

L'Azione è figlia della Parola. E' l'idea che non ci si può fermare all'enunciazione: se quell'enunciazione non si fa concreta, non si rende corporea, non diviene, appunto, Azione, resta nei luoghi dell'insensatezza. L'Azione per eccellenza, in questo senso, è la Politica: attività connaturata al nostro essere, come ci ha insegnato Aristotele. L'Azione è ciò che si salva quando stiamo per innamorarci della Parola in sé, provando il gusto della paralisi che mascheriamo da estasi meditativa. E' un rischio da fuggire come la Morte, perché alla Morte somiglia. Io direi di esserci riuscito e quando non agirò più e parlerò soltanto portatemi direttamente al mio caro cimitero romano di Testaccio dove già si sa quale sarà la mia tomba.

 

Il Gioco è la sfida all'Infinito. La Parola e l'Azione, il ragionamento e la battaglia, ci insegnano che siamo esseri finiti. La percezione di questa nostra finitezza ci precipiterebbe nella disperazione, se non avessimo il Gioco. Il Gioco è la sfida dell'uomo mortale al caos immortale, al caso che non esiste, la Juventus ne è la prova. Nel calcolo raffinato delle probabilità, che ci fa sapere che tirando due dadi è più facile che esca un sette che un dodici, troviamo sollievo alla nostra condizione. E' il Sisifo di Albert Camus, che solo per questa sfida trova sopportabile la sua fatica, anzi dobbiamo immaginarlo felice: prova a pensare che quel masso, in fondo, è come una palla che rotola da portare in goal infinite volte.

 

Gli Altri sono la mia religione. Un esistenzialista francese come Jean Paul Sartre scriveva che "l'inferno sono gli Altri". Anche nel telefilm più bello della storia del piccolo schermo, Lost, gli Altri sono visti inizialmente come il Male Assoluto. Eppure la nostra salvezza è in loro. Gli Altri non sono solo gli Amici, quelli di cui ci fidiamo perché c'erano quando non era facile esserci, l'Amore, cioè la Donna che è il Prezioso Bene di cui non si può proprio fare a meno, i Compagni di squadra o di lotta, i Genitori e i Figli e tutti coloro che ci circondano nelle varie fasi della nostra esistenza. Gli Altri sono anche quelli che non vedremo mai, anche quelli che non sopportiamo. Gli Altri sono il Corpo Civile che è come il Corpo Mistico di Paolo: gli Altri, tutti gli Altri, sono quel di cui ci occupiamo e pre-occupiamo. Gli Altri sono Dio. Ognuno, alla fine, è Dio. 

 

Fin qui il post di qualche anno fa. Cosa toglierei? Forse qualche maiuscola di troppo, forse la citazione di Aristotele. Non quella di Camus. Cosa aggiungerei?

 

Aggiungo un piccolo bilancio, dopo i quarant'anni si può fare. Per quanto riguarda la Parola, ho davvero usato l'arma, ne ho anche abusato? Dai primi articoli su una rivistina nel 1987 a The Week nel 2011, cosa è cambiato? Dal mio primo intervento in un'assemblea nazionale di partito nel 1989 alle mie tirate televisive di oggi, cosa si è perso? Non lo so, mi sembra di essere dentro una condizione di continuità piena. E ne sono orgoglioso.

 

L'Azione. Ho agito molto e forse avrei potuto agire meglio. Con più prudenza, con più accortezza. Mi ha fregato il motto napoleonico che cito spesso On s'engage, puis on verra. Intanto diamo battaglia, poi si vede. C'è dell'ingenuità in questo e mi impegno a perderla nel secondo tempo della mia vita. Non senza rammarico.

 

Per quanto riguarda il Gioco, gli devo sempre di più. I risultati pokeristici, l'incredibile avventura della Scommessa Collettiva con cui da sei anni ci paghiamo le vacanze e forse qualcosa di più (iscrizioni aperte chiedendo info a adinolfi@gmail.com), mi hanno dimostrato come sempre la via più impervia e disprezzata dai benpensanti, sia quella più fruttuosa. E anche la più divertente. Forse persino la più giusta.

 

Gli Altri. Le donne della mia vita sono la gioia più pura. Circondato da donne, senza figli maschi, continuo ad avvertirne la dimensione misteriosa. Ma mi sono finalmente privato dell'ansia dell'eterna conquista. Anche questa sarà una novità del secondo tempo della mia esistenza. Resistono delle amicizie tenaci, belle, virili, che hanno la forza di una durata ormai testata. Forgiate dal fuoco. Sono il tesoro nascosto su cui poter sempre contare. Ci sono tutti, poi, e c'è Dio. Continuo a credere di incontrarlo in ciascuno e nella comunione dei tanti che circondano il mio parlare, il mio agire, il mio giocare, il mio vivere. E infatti a ognuno di voi che scorrerete queste righe, rendo grazie. Mi accorgo però sempre di più che, pur nella nettissima libertà che ha caratterizzato per intero il mio percorso, non smetto di rendere conto del mio arbitrio a Cristo. Che è e resta il Verbo, l'alfa e l'omega, come per il bambino che serviva messa e si emozionava se veniva accarezzato dal Papa. Qualsiasi sia l'esito futuro, il Paradiso, l'Inferno o il Nulla eterno, non sarà stato un esercizio inutile aver costruito sulla pietra scartata, averla resa testata d'angolo.

 

Parola di peccatore che peccherà ancora, e molto. Sapendo ormai, però, con estrema chiarezza quel che è giusto e quel che è sbagliato. E' il patrimonio che il primo tempo del mio film consegna al secondo. Continuando ad edificare su quattro pilastri.

 

Un piccolo consiglio. Fatelo anche voi. Non accumulate pietre a caso. Cercate di capire su cosa si edifica davvero la vostra esistenza. E' la cura contro il senso di assurdità che vi prende alla gola. E' ancora Sisifo, che sfida gli dei che lo condannano a portare su e giù per la montagna in eterno quel masso. Perché bisogna, si può ed è sensato immaginare Sisifo felice.




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Bologna, i serial killer sono liberi

2 agosto 2011

Come ogni 2 agosto eccomi qua a ricordare Bologna, la strage più infame, il momento più basso, che dura ancora. In pochi sanno che non è una strage senza colpevoli: gli esecutori materiali sono, per sentenza passata in giudicato, i serial killer Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Che, incredibilmente, hanno passato in carcere solo 16 anni, dal 1998 sono fuori dalla galera e oggi sono persone libere. Sono completamente liberi senza essersi mai né dissociati né pentiti. Senza aver mai detto la verità. Che per la verità sul quel pozzo nero che è stato il terrorismo neofascista nei suoi addentellati con lo Stato deviato che l'ha utilizzato come manovalanza, io avrei concesso anche la libertà. Ma senza verità non può esserci libertà. E la libertà di Mambro e Fioravanti oggi, nei giorni in cui ci scandalizziamo perché i norvegesi daranno solo 21 anni di carcere all'autore della strage di Oslo, è la vergogna della storia della giustizia in Italia. 


C'è stato un momento in cui ho pensato che finalmente avremmo saputa la verità. E' stato quando Gennaro Mokbel (che ora è sotto processo, ma liberato anche lui dal carcere, come punto di congiuzione eversione-riciclaggio-servizi-stato-bandamagliana) veniva intercettato decine di volte al telefono con Fioravanti e Mambro (che gli propone addirittura i suoi parenti come tesserati per il suo movimento politico) e una volta lo stesso Mokblel dice chiaramente: "Tirarli fuori dal carcere mi è costato un milione e duecentomila euro". Leggendo quelle intercettazione ho creduto che finalmente i giornali avrebbero finito con la loro campagna per trasformare i due peggiori assassini della storia italiana in due santi. Sarebbe finita la fioritura di libri giustificazionisti sulle azioni dei Nar (erano giovani, poverini). Sarebbe finita la commedia di Nessuno tocchi Caino e nessuno lo tocchi, per carità, ma deve per forza venire a darci lezioni di umanità? Si sarebbe finalmente vergognata Emma Bonino di aver chiamato due pluriergastolani neofascisti (e i rapporti con Mokble provano che la radice politica non cambia) a collaborare ad una campagna politica per tutto il centrosinistra alla conquista della regione Lazio. Confesso di non essere riuscito a votare per la Bonino, l'anno scorso. 

 

Io posso solo riportare le parole di Paolo Bolognesi a nome di tutte le vittime di Bologna alla celebrazione del trentennale: "Ad eseguire materialmente la strage sono stati i neofascisti dei Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, hanno scontato condanne pagate a prezzi di saldo: non esiste detenuto in Italia che abbia goduto di maggiori benefici. Abbiamo appreso con sconcerto la disinvoltura e la noncuranza dell'etica politica con cui Emma Bonino ha avuto come consulenti nel comitato elettorale Mambro e Fioravanti". Bolognesi poi ha ricordato il caso Mokbel e il ruolo del giudice Mario Amato, giovane magistrato trucidato su ordine di Mambro e Fioravanti quaranta giorni prima della strage di Bologna. Stava indagando sui legami tra Nar, servizi deviati e banda della Magliana, puntando "molto in alto". 

 

Il mio modo di ricordare sempre che i peggiori criminali della storia italiana sono liberi e oggetto di venerazione da parte della classe giornalistica italiana, è ricordare tutte le loro vittime, quelle di cui nessun giornale oggi ha ricordato il nome, specie quei giornali impegnati nella celebrazione degli assassini Mambro e Fioravanti. Ecco alcune righe finite dentro a "La ricerca della costante" (il mio ultimo romanzo, uscito lo scorso anno e nel 2012 credo diventerà un film) e dentro il cuore di un personaggio che, come tutti i personaggi del romanzo, esiste realmente. 

 

PAOLO 

 

 

nato il 3 aprile 1963, quando in Italia si era al culmine del boom economico, al governo c'era il primo centrosinistra ed Amintore Fanfani faceva il presidente del Consiglio, i contadini si erano trasformati in operai e il nostro paese si era ritrovato tra le grandi potenze industriali. 

 

Non ha Facebook, non guarda YouTube, non usa internet. La sua ossessione è un frammento di giornale. 

 

 

Paolo non ha più molti capelli, è massiccio e quelli che una volta erano muscoli possenti oggi sono anche grasso. Una pancia prominente, non dovuta solo al cibo. Beve, Paolo. Beve anche quando gioca e beve per dimenticare. Beve per dimenticare quel maledetto 2 agosto. Gioca anche, per dimenticare. In realtà gioca bene, non è mai prevedibile, è solido: soffre i più giovani, quelli allenati da decine di ore settimanali trascorsi a grindare anche venti tavoli contemporaneamente. Grindare significa giocare come automi molti sit 'n' go allo stesso tempo puntando solo sulle cosiddette monster hands, le migliori mani possibili di partenza: AA, KK, QQ. Quelle che danno la massima probabilità di vittoria. E poiché il bravo giocatore di poker è quello freddo che punta su probabilità a proprio favore, chi grinda on line si arricchisce perché riesce a giocare anche cinquecento minitornei al giorno, accumulando peraltro un'esperienza notevolissima in poche settimane. Quella che uno come Paolo ha costruito in trent'anni. Trent'anni passati a giocare al vecchio poker cinque carte prima, a texas hold'em ora. 

 

 

Ma la mente di Paolo è ferma. Ferma a quel maledetto 2 agosto quando doveva raggiungere la sua Antonella a Bologna, poi insieme partire per Rimini e tornare ai bagni dove l'anno prima s'erano conosciuti e lui, sedicenne, per la prima volta aveva fatto l'amore. Ma quel 2 agosto il treno da Roma lo portò a Firenze e da Firenze non si mosse perché a Bologna era scoppiata una bomba e Antonella non c'era più. E Paolo non sa se soffre di più per il ricordo di Antonella o per l'incontro che ogni giorno fa per strada, nelle viuzze accanto al Pantheon dove lui ha una piccola casa comprata negli Anni Ottanta dopo una vincita particolarmente cospicua in una serata fortunata. Incontra sempre quelli che i giudici hanno detto essere coloro che la bomba che gli ha spezzato la vita in quella stazione l'hanno messa. 

 

 

Paolo si rigira tra le mani un frammento di giornale, spesso, molto spesso. E' la sua ossessione. Ce l'ha nel portafoglio anche oggi che deve giocarsi il mondiale. Paolo ha seguito il processo della strage, sa che li hanno condannati con ragione. Eppure Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sono liberi, hanno avuto una figlia, girano felici senza alcun peso. Li incontri per strada come una coppia qualunque. Paolo rilegge tutti i crimini che questi due hanno commesso, anche senza la strage di Bologna per la quale si proclamano innocenti. Li rilegge ogni giorno, attraverso quel frammento di giornale. 

 

 

28 febbraio 1978. Giusva Fioravanti ed altri notano due ragazzi seduti su una panchina che dall'aspetto (capelli lunghi e giornali) identificano come appartenenti alla sinistra. Fioravanti scende dall'auto, si dirige verso il gruppetto e fa fuoco: Roberto Scialabba, 24 anni, cade a terra ferito e Fioravanti lo finisce con un colpo alla testa. Poi, si gira verso una ragazza che sta fuggendo urlando e le spara senza colpirla. 

 

9 gennaio 1979. Fioravanti ed altre tre persone assaltano la sede romana di Radio città futura dove è in corso una trasmissione gestita da un gruppo femminista. I terroristi fanno stendere le donne presenti sul pavimento e danno fuoco ai locali. L'incendio divampa e le impiegate tentano di fuggire. Sono raggiunte da colpi di mitra e pistola. Quattro rimangono ferite, di cui due gravemente. 

 

16 giugno 1979. Fioravanti guida l'assalto alla sezione comunista dell'Esquilino, a Roma. All'interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti. Dario Pedretti, componente del commando, verrà redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario "non c'era scappato il morto". Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all'azione, e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista. 

 

17 dicembre 1979. Fioravanti assieme ad altri vuole uccidere l'avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile della cattura di Pierluigi Concutelli, leader carismatico dell'eversione neofascista. Fioravanti non ha mai visto la vittima designata, ne conosce solo una sommaria descrizione. L'agguato viene teso sotto lo studio dell'avvocato, ma a perdere la vita è un inconsapevole geometra di 24 anni, Antonio Leandri, vittima di uno scambio di persona e colpevole di essersi voltato al grido "avvocato!" lanciato da Fioravanti. 

 

6 febbraio 1980. Fioravanti uccide il poliziotto Maurizio Arnesano che ha solo 19 anni. Scopo dell'omicidio, impadronirsi del suo mitra M.12. Al sostituto procuratore di Roma, il 13 aprile 1981, Cristiano Fioravanti - fratello di Valerio - dichiarerà: "La mattina dell'omicidio Arnesano, Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra; io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: "gratuitamente"; fece un sorriso ed io capii". 

 

23 giugno 1980. Su ordine di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, Gilberto Cavallini uccide a Roma il sostituto procuratore Mario Amato. Il magistrato, 36 anni, è appena uscito di casa; da due anni conduce le principali inchiesta sui movimenti eversivi di destra. Amato aveva annunciato che le sue indagini lo stavano portando "alla visione di una verità d'assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori degli atti criminosi". Mambro e Fioravanti la sera dell'omicidio festeggiano ad ostriche e champagne. 

 

9 settembre 1980. Mambro e Fioravanti con Soderini e Cristiano Fioravanti, uccidono Francesco Mangiameli, dirigente di Terza Posizione in Sicilia e testimone scomodo in merito alla strage di Bologna. 

 

5 febbraio 1981. Mambro e Fioravanti tendono un agguato a due carabinieri: Enea Codotto, 25 anni e Luigi Maronese, 23 anni. Dagli atti del processo è emerso che durante l'imboscata Fioravanti ha fatto finta di arrendersi. Poi ha gridato alla Mambro, nascosta dietro un'auto, "Spara, spara!". 

 

30 settembre 1981. Viene ucciso il ventitreenne Marco Pizzari, estremista di destra e intimo amico di Luigi Ciavardini, poiché ritenuto un "infame delatore". Del commando omicida fa parte Mambro. 

 

21 ottobre 1981. Alcuni Nar, tra cui Mambro, tendono un agguato, a Roma, al capitano della Digos Francesco Straullu e all'agente Ciriaco Di Roma. I due vengono massacrati. L'efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico legale: "La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo e del massiccio facciale con spappolamento dell'encefalo; quello di Di Roma per la ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesioni al cervello". Il capitano Straullu, 26 anni, aveva lavorato con grande impegno per smascherare i soldati dell'eversione nera. Nel 1981 ne aveva fatti arrestare 56. La mattina dell'agguato non aveva la solita auto blindata, in riparazione da due giorni. 

 

5 marzo 1982. Durante una rapina a Roma, Mambro uccide Alessandro Caravillani, 17 anni. Il ragazzo stava recandosi a scuola e passava di lì per caso. Mambro sostiene che Caravillani sia stato ucciso da un proiettile di rimbalzo. Viene condannata come esecutrice dell'assassinio. 

 

 

Francesca Mambro e Giusva Fioravanti sono nella mente di Paolo anche quando affronta la mano decisiva che lo conduce al tavolo finale, contro uno di quei ragazzini che lui non sopporta. Si chiama Tommaso, avrà vent'anni, sui tavoli del poker on line è riconosciuto come un maestro. Affronta un flop cinque di quadri cinque di fiori sei di quadri mandando "la vasca", cioè tutte le chips, per evitare rischi di scale o progetti di colore degli avversari che ha già sfoltito con un pesante raise preflop. Gli era rimasto da battere solo Paolo, che però ha seguito il suo rilancio avendo in mano asso e cinque. Paolo ha trissato, cioè la sua mano debole di partenza si è trasformata in mano praticamente imbattibile (nuts, nel gergo). Tommaso non può saperlo. Paolo fa instant call all'all in di Tommaso, turn e river non soprendono, il figlio che magar avrebbe anche voluto avere da Antonella è battuto, ma i fantasmi, quelli, non si battono mai. 

 

 

(tratto da "La ricerca della costante", di Mario Adinolfi, AlibertiCastelvecchi 2010)


I serial killer Fioravanti e Mambro sono liberi. Hanno avuto una figlia. Hanno un lavoro. Il fratello di Giusva, Cristiano, ha sostenuto che Fioravanti è il killer del giornalista Mino Pecorelli e anche del presidente della regione Sicilia, Piersanti Mattarella. La vedova di Piersanti Mattarella, accanto al marito nel momento in cui sono stati esplosi i colpi mortali, ha riconosciuto in Giusva Fioravanti l'esecutore dell'assassinio. E' l'unico caso della storia processuale italiana in cui a un testimone oculare certamente credibile viene preferita la parola di un pentito. Fioravanti è stato assolto. Fioravanti è libero, insieme alla sua Francesca, senza averci mai detto la verità.


I serial killer sono stati premiati. Bologna oggi piange i suoi morti oltraggiati senza vergogna da uno Stato senza giustizia.




permalink | inviato da marioadinolfi il 2/8/2011 alle 10:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa

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