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clara

Silvia e Mario presentano la piccola Clara, al suo primo giorno di vita



Per ora, finisce qui

7 maggio 2010

Ho deciso, mi prendo una vacanza dal mestiere di blogger sul Cannocchiale. Non dal mestiere di blogger in generale, proprio non potrei, ho un bisogno fisico che mi porta a scrivere tutti i giorni e a cercare attraverso lo scritto una dimensione di dialogo costante con chi (per un'alchimia strana e per me sempre inspiegabile) decide di seguire le parole mettendosi in connessione con questi luoghi e queste idee. Ma il Cannocchiale mi fa innervosire troppo, l'ultimo post (secondo me molto importante non solo per l'episodio di cui si occupava) è rimasto inaccessibile come tutto il mio blog per dodici ore consecutive, tra l'altro mentre il resto del portale viaggiava senza problemi e io che sono dietrologo ho visto il solito complottone. Poiché non mi piace diventare così e sono quasi certo che sia stato solo il solito guasto tecnico non imputabile alla volontà di nessuno, preferisco farla finita qui. Almeno per ora.

Sono stati sette anni incredibili di vita in cui mi è successo di tutto. Il mio blog sul Cannocchiale lo devo alla mia allora fidanzata B. che poi divenne blogger arcinota ella stessa. Me lo aprì perché ero appena tornato dall'Old Trafford di Machester dove la mia adorata Juventus aveva perso la finale di Champions con il Milano. Ero depresso, avevo anche perso le elezioni provinciali con gli amici di Democrazia Diretta e B. pensò che un blog mi avrebbe distratto. B. aveva ragione, mi conosceva bene. Era il 2 giugno 2003. La mollai per un'altra blogger affascinante e arcinota, che di nome fa A. anche se molti la conoscevano come V. e tutti come M., con cui ebbi una bella storia durata quasi quattro anni. Adesso sto con Silvia, che non è una blogger, considera tutti noi come una sorta di marziani, ha i piedi ben ancorati al terreno e forse proprio per questo tra una cinquantina di giorni mi renderà di nuovo padre.

Voi su questo blog avete conosciuto la "seienne", Livia, che nel frattempo è diventata quasi quattordicenne. Avete conosciuto i miei dolori e le mie esaltazioni. Mi avete visto combattere alcune battaglie politiche e anzi con qualcuno di voi ho combattuto fianco a fianco, alle regionali 2005, alle primarie 2007 e 2009, alle politiche 2008 per l'esordio del tanto agognato Partito democratico e sotto le insegne della straordinaria esperienza di Generazione U. Avete letto e commentato i miei articoli (per Europa, il Tempo, Reset, l'amatissimo Media Quotidiano e altri giornali), seguito le mie trasmissioni radiofoniche (Settanta in Due e Domani è Tardi) e televisive (tra tutte il Tornasole per Raidue, Pugni in Tasca per Mtv, Contro Adinolfi per Nessuno Tv, Finimondo e Morning Show per Red).

Qui ci ho messo tutto. La vita che scorreva, giorno dopo giorno. E le idee che si facevano, crescevano, si confrontavano con quelle di ciascuno di voi. In un flusso di coscienza collettiva senza censure, totalmente libero. E' stato un capolavoro. E i capolavori hanno un inizio e una fine. Questa è la fine. Per ora, sì, perché la possibilità di un sequel non se l'è negata mai nessuno (il Padrino e Rocky sono due capolavori, i sequel sono pure migliori, vero?).

Per certi versi è un ciclo che si conclude, anche se nessuna delle mie passioni si è spenta: continuo a considerarmi un intellettuale militante, giornalista per professione. Questo blog ebbe le sue iniziali fortune grazie a un romanzo pubblicato a puntate (Mundial), ora sono in tour per l'Italia per presentare il mio ultimo libro (La ricerca della costante) ambientato nel mondo del poker che ogni tanto ha fatto capolino tra queste pagine. Sul mio profilo Facebook e proprio sul mio blog di "poker professional" continuerà il dialogo tra noi, anche se con modalità diverse. Perché un blogger non smette mai di esserlo.

Ma sa quando deve mettere un punto e andare a capo.

Grazie a tutti, è stato meraviglioso trascorrere questi sette anni insieme. Mi mancherete.

Ci si trova per chi vuole su

www.marioadinolfi.com




permalink | inviato da marioadinolfi il 7/5/2010 alle 12:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (73) | Versione per la stampa

Partendo da D'Alema a Ballarò

5 maggio 2010

Da qualche tempo provo a scrivere su queste pagine dei riflessi condizionati che affliggono la sinistra in generale e il Partito democratico in particolare, che seguono quelli figli della storia e vorrei dire anche dell'antropologia del fu Pci. Questi riflessi condizionati partoriscono conservatorismo: e allora noi siamo "diversi", colui che critica è un "provocatore", se si poggia a fatti concreti e fastidiosi diventa "buguardo", qualsiasi dissenso va represso (una volta si usavano metodi spicci, oggi si delegittima o si irride), in un conflitto tra dirigenti di opposta fazione il nostro dirigente ha sempre ragione, quello avversario è sempre un "corrotto" o un "prezzolato".

La televisione nelle ultime quarantotto ore ci ha offerto un bel quadro di tutto questo, prima con la puntata di Report di domenica di cui qui si è già scritto, mentre martedì sera è stato Massimo D'Alema a Ballarò a far scattare i suoi riflessi condizionati sul condirettore del Giornale Alessandro Sallusti, rea di avergli intimato di non fare la morale a Scajola sulla questione case, perché aveva sulla coscienza l'essere stato uno dei beneficiare dello scandalo andato sotto il nome di Affittopoli. Il parallelo di Sallusti era oggettivamente improprio, ma la reazione di D'Alema è stata clamorosa: gli occhi scintillavano di odio puro, la rabbia non è stata contenuta e giù con i "vada a farsi fottere", "mascalzone", "bugiardo", "non la faccio più parlare, ha chiuso la sua serata". Una scena oggettivamente pietosa, che qualsiasi statista (perché D'Alema a questa categoria ritiene di appartenere) avrebbe ovviamente evitato, glissando. Anche perché vivere a centomila lire al mese in una casa molto ampia a Trastevere assegnatagli per chiara regalia da un ente previdenziale era un privilegio intollerabile. Come era intollerabile l'accostamento con il caso Scajola, sono d'accordo. Ma un politico sa che deve essere capace di reggere un contraddittorio senza andare giù di testa. Fa parte dei ferri del mestiere.

La verità è che la foto che emerge da queste due trasmissioni televisive delle ultime quarantotto ore spiega più di ogni altra cosa quello di cui abbiamo bisogno: idee nuove e facce nuove. Quelle vecchie (sia le idee che le facce) sono clamorosamente inadeguate. Non si può andare in giro ad attaccare la sanità che funziona quando la sanità gestita dalle giunte di sinistra (a parte i casi virtuosi delle regioni rosse tradizionali dell'Italia centrale) fa acqua da tutte le parti. Questa difesa del servizio pubblico come appalto esclusivo dello Stato, dei pensionati dello Spi-Cgil, degli impiegati da posto fisso e della scuola più disastrata d'Italia, senza mai uno straccio d'idea di riforma se non il rimpianto per i bei tempi che furono, non ci porta da nessuna parte. Da nessuna parte ci portano anche le vecchie facce di chi ormai si sente all'angolo e reagisce con un nervosismo esasperato molto berlusconiano. E se Berlusconi avesse detto "vada a farsi fottere, bugiardo e mascalzone" a un "nostro" giornalista, oggi questo sarebbe un eroe e tutti saremmo in piazza a difendere l'articolo 21 della Costituzione.

Io da giornalista, da fondatore e militante del Partito democratico, da appartenente a una generazione  che sta coltivando idee nuove e serie per la rinascita di un centrosinistra che abbia il sapore del futuro, difendo l'articolo 21 anche quando a essere oggetto di insulti è un collega "loro" che era in contraddittorio con un potente "nostro". Difendo la libertà d'espressione, trovo davvero intollerabile la frase "io non la faccio più parlare" perché è il peggiore dei riflessi condizionati che vengono da lontano.

I "nostri" sono migliori dei "loro"? Bene, dimostriamolo. C'è un ministro del Pdl che non è neanche indagato ed è stato indotto alle dimissioni, anche dalla stampa di centrodestra. Sui giornali di oggi c'è un deputato del Pd che è indagato per corruzione. Si dimetterà? "Loro" considerano che ci sia "troppa libertà di stampa" perché subiscono molte critiche. "Noi" sappiamo accettare le critiche della parte avversa o rispondiamo "io non la faccio più parlare"? "Loro" strumentalizzano tutto lo strumentalizzabile. "Noi" siamo capaci di mantenere l'onestà intellettuale e di non giudicare tutto secondo lo schema amico-nemico?

E, soprattutto: siamo capaci di generare idee nuove e facce nuove o siamo alla sclerosi di potenti che non molleranno mai e non hanno più nulla di interessante da dire, né più né meno del "loro" Berlusconi?

Da queste sfide passa il nostro futuro. E, a proposito: a me sembra che nella stessa puntata di Ballarò Matteo Renzi abbia fatto davvero una gran figura nel contraddittorio con il centrodestra. Senza andare via di testa, senza urlare, senza sferrare la corda pazza e rispettando gli avversari, dimostrandosi superiore con la forza della parola e delle idee. Così si fa. Probabilmente, per le sfide di cui sopra, non si parte proprio da zero.




permalink | inviato da marioadinolfi il 5/5/2010 alle 12:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (28) | Versione per la stampa

Sanità. la puntata di Report tutta sbagliata

3 maggio 2010

Ho visto come molti la puntata di Report di ieri dedicata al sistema sanitario lombardo, firmata da Alberto Nerazzini. Farò una premessa di tipo personale: mio padre è in queste ore sotto operazione per un triplice bypass coronarico in un ospedale pubblico romano, dopo essere stato ricoverato d'urgenza a seguito di dolori alla spalla e al petto con respiro corto. Li lamentava da settimane e, a seguito di regolari visite presso il sistema pubblico e privato compresi un cardiologo (che gli ha fatto anche l'ecocardiogramma) e un angiologo, gli erano stati diagnosticati nell'ordine: dolori reumatici, fuoco di sant'antonio, possibile microembolia polmonare, soffio al cuore. Martedì notte non ce l'ha fatta più, si è ricoverato e analisi più approfondite hanno rilevato che nelle ultime settimane era stato colpito da due infarti. I medici dell'ospedale pubblico romano l'hanno tenuto sotto osservazione mercoledì e giovedì annunciandoci la necessaria operazione per via delle coronarie molto compromesse, venerdì mattina dicevano a me e mia madre che volevano vedersi stabilizzare i valori, venerdì pomeriggio ci comunicavano che l'avrebbero operato come secondo lunedì mattina ("sa, domani è primo maggio, poi il 2 è domenica), venerdì sera capivano che la situazione era critica e dunque graziosamente promettevano di passarlo a primo in sala operatoria lunedì mattina, nella notte di sabato la situazione di mio padre precipitava per una crisi ischemica, in queste ore è sotto i ferri tra la vita e la morte, se sopravviverà verrà trasferito in una sala di terapia intensiva post-operatoria che sembra ricavata da un'area destinata a seminterrato-magazzino, con un ascensore di ferraglia cigolante che durante la discesa agli inferi stampa in bella vista nella memoria di chiunque la scritta in pennarello nero: PORCO DIO!!!.

Ho visto la puntata di Report con questa condizione psicologica domenica sera e ho aggiunto la lunga premessa per spiegare al lettore che potrei essere non sereno nelle valutazioni seguenti, anche se sinceramente ritengo di aver coltivato idee di questo genere fin dalla mia adolescenza e alla fine spiegherò perché. Insomma, il pezzo di Nerazzini, introdotto da Milena Gabanelli con una premessa che sembrava una excusatio non petita ("noi andiamo a vedere quel che non va") era un pezzo a tesi che voleva dimostrare:

1. che l'ingresso del privato nel sistema sanitario pubblico era una scelta criminogena;
2. che in Lombardia la politica fa le nomine nella sanità, privilegiando gli appartenenti a Comunione e Liberazione;
3. che il privato nella sanità pubblica significa una mercificazione della salute, con conseguente imbarbarimento della professione medica.

A questi tre punti chiave, Nerazzini ha aggiunto svolazzi ideologici tipici della sinistra alla Manifesto (lunghi incisi fuori tema su Calvi, la P2, Marcinkus, i poteri forti, il Corriere della Sera ecc.) e l'ovvio per quanto implicito attaco a Roberto Formigoni e alla Lega.

Il tema chiave l'ha introdotto a mio avviso Milena Gabanelli a inizio puntata: la sanità in Lombardia sostanzialmente funziona e si regge sul fatto che nelle altri regioni d'Italia invece questo funzionamento non c'è. Il successo lombardo si regge sul disastro italiano. Ed è esattamente così. Il modello lombardo, per chi ha avuto l'occasione di sperimentarlo con mano, è una punta di eccellenza. Si regge sul fatto che il cittadino può scegliere se farsi curare in un ospedale pubblico o in uno privato "accreditato". Il servizio sanitario nazionale non viene smantellato, anzi: la sanità resta gratuita per tutti, ma c'è anche la possbilità di scelta.

Questa della libertà di scelta è un'opzione politica che abbiamo lasciato tutta a Berlusconi. Ed è un errore strategico per il Pd e per la sinistra, vittima del riflesso condizionato per cui pubblico è buono e solidale, privato è profitto e mercato. Senza capire che il futuro è dei sistemi pubblici integrati. Citavo la mia esperienza da adolescente in una scuola che amavamo definire "pubblica non statale". Cioè in una scuola privata: mai un giorno di sciopero, formazione di primo livello, esami di maturità sostenuti insieme ad un'analoga classe di scuola pubblica statale, da noi nove dei ventiquattro diplomandi si sono maturati con il massimo dei voti, da loro neanche uno. Da allora il dubbio: perché a questa scuola eccellente ho potuto accedere solo perché i miei hanno pagato? Non sarebbe "di sinistra" permettere a tutti di poter scegliere, adottando metodi come quelli del "buono scuola"? Siamo così sicuri che per essere progressisti bisogna adorare il Dio-sistema-stale senza capire che il sistema virtuoso è quello pubblico che unisce il servizio pubblico statale a quello pubblico non statale?

Nerazzini motiva il suo servizio a tesi con due esempi: il chirurgo di Comunione e Liberazione che fa il primario in provincia di Brescia e sembrerebbe essere un cattivo chirurgo (però poi non trova neanche uno disposto a dirlo alle telecamere mettendoci la faccia); il chirurgo dell'Humanitas che operava tantissimo e di conseguenza aveva uno stipendio altissimo, grazie a un sistema di incentivi. Insomma: questo sistema non premia i migliori e rischia di far arricchire chi ci marcia, rendendo appunto la salute una "merce" comunque alla mercé della politica.

Obiezioni deboli davanti alla comprovata efficienza del sistema sanitario, che io baratterei volentieri con quello romano, quello in cui mio padre non viene operato perché "è il primo maggio", in cui due infarti vengono confusi con il fuoco di sant'antonio, in cui si fa un ecocardiogramma e si diagnostica "un lieve soffio al cuore". In un sistema sanitario meritocratico (e sì, nei sistemi meritocratici il medico cane finisce ai margini perché non fa guadagnare la struttura e a me va bene così) questo non potrebbe accadere. I sistemi meritocratici sono sistemi dove se sei bravo ci guadagni qualcosa, anzi ci guadagni molto e magari ti ci compri pure la Ferrari e fai il coatto al Billionaire. Mi fa schifo, ma non mi interessa dal punto di vista del cittadino che chiede un servizio a un professionista e pretende che tale servizio sia compiuto al suo meglio.

Il Pd (e la sinistra tutta) deve capire che va aperta la propria cultura politica all'idea dei sistemi integrati, anche in territori tabù come quelli della sanità e dell'istruzione. Se il medico, se il professore vengono traformati in impiegati statali che nuilla più hanno da chiedere una volta ottenuto il faticoso "posto", si porta il sistema pubblico all'imbarbarimento e alla decadenza che già è sotto l'occhio di tutti. Occorre coltivare un'idea di libertà che anche in questi territori tabù è libertà di scelta.

Se nel Lazio fossimo stati liberi di scegliere, senza dover aspettare mesi per una visita specialistica pubblica, forse mio padre sarebbe stato curato meglio. Questa è la mia impressione, questo il mio sospetto, questo genera alcune idee che possono essere buone per il futuro.




permalink | inviato da marioadinolfi il 3/5/2010 alle 13:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (31) | Versione per la stampa

La casa di Scajola e la mamma della Tulliani

29 aprile 2010

Mi aspetto che al più presto il Partito democratico chiederà le dimissioni del ministro Claudio Scajola, dopo quello che si legge sul Corsera (mazzette e appartamenti acquistati per lui dalla "cricca" di Anemone e compagni) non può restare un momento di più in un posto chiave come quello del dicastero delle Attività Produttive. Le dimissioni sono necessarie anche eventualmente per difendersi meglio.

Invece Scajola se la prende con la "disgustosa violazione del segreto istruttorio". Ma il disgusto lo provano gli italiani (per inciso anche per la storia del milione e rotti di euro Rai alla suocera di Fini elargito da Mauro Mazza, tutta la mia solidarietà a Vittorio Feltri e complimenti a Dagospia e al Fatto Quotidiano che continuano a raccontare questa ulteriore incredibile vicenda di regalie ai parenti dei potenti).

Questa è una destra gaglioffa e cialtrona. Che non conosce la parola "dignità" e "senso dello Stato".




permalink | inviato da marioadinolfi il 29/4/2010 alle 11:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa

Destra e sinistra, centralisti e opensource

23 aprile 2010

Ho scritto questo lungo articolo per Europa, che l'ha pubblicato in due puntate (oggi la prima, la seconda domani). Credo possa aiutare molte riflessioni politiche future. Anche dell'immediato futuro, visto che secondo me entro l'anno si va a elezioni anticipate.

LA DEMOCRAZIA DELL'IMMEDIATO FUTURO, CORREGGENDO RIFKIN
di Mario Adinolfi per Europa

Premessa per i profani
I lettori abituali di questa rubrica si sono imbattuti in decine di
pezzi dedicati al tema dell'opensource e di come abbia modificato
radicalmente il mondo di internet, che sembrava imbrigliato dai
software proprietari. Per i profani, noi smanettoni indichiamo come
opensource tutti quei programmi che hanno un codice sorgente aperto e
dunque sono perfettibili dagli utenti (che lo scaricano
gratuitamente), mentre i software proprietari hanno la duplice
caratteristica di avere un codice chiuso e di essere a pagamento. Un
software opensource è Openoffice, il corrispondente software
proprietario è il pacchetto Office di Microsoft. Il primo è gratuito,
il secondo costa molto a meno che non abbiate la solita copia pirata.
Il bello è che ormai i software opensource (preferisco la scrittura in
una sola parola, come per "online", cosa che farà storcere qualche
naso) ormai sono assai più stabili ed efficienti dei loro
corrispondenti software proprietari: Firefox funziona meglio di
Explorer. E nel web è stata rivoluzione.

Lo stigma del ventunesimo secolo
Questa rivoluzione è il vero stigma del ventunesimo secolo: la
rivoluzione opensource è il segno distintivo di un tempo e di una
generazione. Se si dimostra, anche in contesti molto complessi come
quelli tecnologici, che strumenti generati dalla collaborazione di
migliaia di utenti funzionano meglio di strumenti analoghi studiati e
messi in vendita dalle multinazionali del settore, si sovverte un
caposaldo della società novecentesca: che il sapere evoluto fosse
patrimonio delle élites e che stava alle élites (altri le chiamavano
avanguardie) guidare la società verso le magnifiche sorti progressive.
Poi, sempre per un bisogno di efficienza, quelle élites sono diventate
uno solo (Hitler, Mussolini, Stalin, Franco, gli infiniti dittatori
sudamericani e asiatici) ed è stato il disastro.

Wikipedia o la Grande Enciclopedia Sovietica?
Faticosamente l'Occidente si è ripreso il suo ruolo di protagonista
debellando le dittature e cancellando nel 1989 anche la vergogna
comunista dall'Europa. Dal 9 novembre 1989, data del crollo del Muro
di Berlino, è nata l'idea propria del ventunesimo secolo: che
Wikipedia potesse essere un prodotto migliore della Grande
Enciclopedia Sovietica, è un concetto materialmente prodotto sotto il
varco aperto alla porta di Brandeburgo. Anche se Wikipedia,
l'enciclopedia opensource tanto contestata dai soloni della cultura
figlia delle élites, è nata solo nel 2001.

Le conseguenza politiche
Tutto questo ha conseguenze politiche? Certamente. Nel suo saggio "La
civiltà dell'empatia" Jeremy Rifkin scrive che il conflitto tra
modello opensource e modello centralista segna la fine della divisione
destra-sinistra. Colossale panzana all'americana. E' tutto il
contrario e qui lo si scrive da tempo: l'opensource è il modello per
la nuova sinistra, il centralismo del software proprietario lo è per
la nuova destra. Chi ha introiettato queste categorie, guarda chiaro
quel che accade: Berlusconi è software proprietario, ma lo è anche
Pannella insieme a Di Pietro: lo sono i luoghi dove decide uno solo.
Il Pd è molto opensource. Anche troppo.

Rifkin e Bobbio
La distinzione tra destra e sinistra, dunque, non muore nel
ventunesimo secolo (come pretenderebbe Jeremy Rifkin) sotto i colpi
della nuova dicotomia centralisti-opensource. Semplicemente questa
distinzione deve essere rideclinata, ma partendo dalle categorie che
aveva lucidamente intuito già Norberto Bobbio sul finire del secolo
scorso, quando nel suo celebre libretto "Destra e sinistra" assegnava
la linea del discrimine attorno al concetto di uguaglianza. Ed è
esattamente così.

Il protagonismo dei cittadini
L'opensource è il modello anche politico di chi nel ventunesimo secolo
crede al criiterio dell'uguaglianza e dunque percepisce come utile il
fattivo protagonismo dei cittadini con uguali possibilità di incidere
nella gestione della cosa pubblica. Opensource in politica vuol dire
fiducia negli strumenti di democrazia diretta (referendum, primarie,
leggi di inziativa popolare). I centralisti non ci credono: puntano
sullo schema novecentesco delle élites che guidano, senza essersi
accorti peraltro che si tratta ormai di élites totalmente
delegittimate dal comune sentire dei cittadini.

Obama e Bush, il Pd e D'Alema
Nel concreto. Appare sul palcoscenico della politica italiana qualche
protagonista figlio del modello opensource: il Partito democratico ne
dovrebbe essere il campione, l'aveva in radice fin dalle prime
elezioni primarie del 2007 e ne ha il faro in Barack Obama. Il
presidente americano, figlio di internet e dei social network, abbatte
il predominio dell'America dei Bush, quella dei presidenti per diritto
dinastico e fa apparire possibile ciò che sembrava addirittura non
pensabile. Nel Pd ci sono certo i cultori del centralismo con venatura
nostalgica (Massimo D'Alema ne è il campione, nei libri di alcuni suoi
epigoni si legge addirittura rimpianto per la disciplina nei tempi
stalinisti). Ma la natura di questo partito è un'altra. Le sconfitte
ripetute sono figlie del tradimento di questa natura da parte di
dirigenti formatisi nella più rigida scuola centralistica.

Lo scontro tra due modelli
Ma sono opensource anche il movimento Cinque Stelle (con punte
ideologiche, ma l'esperimento delle ultime regionali è clamorosamente
interessante) e la Lega nel suo rapporto osmotico con il territorio, a
mio avviso beneficiata molto dall'improvvisa malattia di Bossi e
dall'assenza di leadership alternative. Il centralismo di Silvio
Berlusconi, di Marco Pannella, di Antonio Di Pietro, di Pierferdinando
Casini (tutta gente con il proprio nome nel simbolo), non è dissimile
dal centralismo storico di Gianfranco Fini, che ora prova a
travestirsi da leader opensource perché rimasto senza potere. Un
camaleontismo non solo fastidioso, ma anche inopportuno vista la
carica istituzionale ricoperta. Più in generale, il tempo che verrà
vedrà lo scontro di questi due modelli mutuati dalla rete. Ma il
futuro appartiene ad uno solo.



permalink | inviato da marioadinolfi il 23/4/2010 alle 13:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (31) | Versione per la stampa

Meglio Berlusconi di Fini

21 aprile 2010

Da queste parti l'abbiamo scritto più di una volta, ma il tema torna d'attualità ogni tre mesi. Io sono piuttosto infastidito da tutto questo sbracciarsi a favore di Gianfranco Fini: era e resta uno che ha passato vent'anni a celebrare la Marcia su Roma e una volta al governo è quello della centrale operativa al G8 di Genova, in più è pure opportunista e voltagabbana. 

A uno così di destra (all'italiana) va preferito il populista Berlusconi.




permalink | inviato da marioadinolfi il 21/4/2010 alle 19:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (34) | Versione per la stampa

La libertà è curativa

14 aprile 2010

Informo che la libertà (anche dall'ossessione ginnico-salutista e dall'ideologia della magrezza a tutti i costi) fa bene alla salute: glicemia 94 (valori normali 60-110), trigliceridi 93 (50-149), colesterolo totale 162 (120-200), colesterolo HDL 42 (meno di 55), colesterolo LDL 101 (meno di 130), globuli rossi 4,66 milioni (4.50-6), linfociti 2,1 (1,3-4), urine limpide, glucosio assente.
 
Alle soglie dei trentanove anni e dopo averne combinate di ogni, praticamente un bambino. Ovviamente, un bambino sovrappeso.



permalink | inviato da marioadinolfi il 14/4/2010 alle 13:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa

Non viene più neanche voglia di commentare

13 aprile 2010

Sono sempre più convinto che la dirigenza del Pd trasformato in Pds non sia interessata a vincere. Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema (anche Walter Veltroni e Goffredo Bettini, ma ora non comandano) vengono dalla storia del Pci: un partito di opposizione che non voleva battere la Dc, che governava solo nelle regioni rosse e era consociativo gestendo così la sua fetta di potere (in più adesso gestiscono 160 milioni di euro di finanziamento pubblico al partito, senza dover rendere conto a nessuno, neanche a Mosca).

Siamo ridotti ad essere una caricatura del Pci, con dirigenti del Pci, che in più hanno perso il sogno. Perdono e stanno zitti. Non hanno mai vinto un'elezione che conta. Le vittorie del 1996 e del 2006 sono ascrivibili a Romano Prodi, un caro vecchio ex ministro tecnico della sinistra democristiana, unico luogo della sinistra che abbia mai potuto aspirare sul serio a guidare questo paese.

Non a caso in questo momento drammatico (perché tale è, nonostante il silenzio assordante di Bersani e soprattutto D'Alema, uno il cui 2010 si è caratterizzato per l'impegno profuso nell'abbattere l'unico esponente di sinistra capace di vincere in un territorio in bilico, quel Nichi Vendola che il nostro intelligentissimo Presidente del Mondo avrebbe volentieri evirato) l'unica parola costruttiva e seria è ancora una volta arrivata da Romano Prodi: partito federale, primarie per eleggere venti segretari regionali, cancellazione della ridicola nomenklatura nazionale romana del fu Pci.

Si ripartisse da lì (democrazia diretta e ricambio) si potrebbe ancora fare qualcosa. Ci si mettesse in testa che non si può fare il partito radicale (Bresso e Bonino come "fuoriclasse", che follia, unica bandiera la RU486), ma che dobbiamo fare il partito popolare "interclassista" che parla alla gente di mezzo (moderata e perbene, in gran maggioranza cattolica) perché delle nostre stronzate fighette alla film di Ozpetek o Salvatores la gente se ne sbatte il cazzo, allora forse si potrebbe ancora salvare il nostro futuro.

Altrimenti consegneremo l'Italia alle destre populiste e resteremo sempre più schiacciati nell'angolino di sinistra, mentre loro conquistano le roccaforti operaie e progressivamente arriveranno anche al cuore delle regioni rosse. Questa dirigenza è completamente scollegata della realtà, non credo neanche all'ennesima autocandidatura di Sergio Chiamparino, altro ex comunista che si propone come salvatore della patria perché tra un anno resterà senza incarico.

Qui bisogna rifondare sul serio il Pd su fondamenta solide: under 40, leader popolari e fattivi (non salottieri) come il sindaco di Firenze Matteo Renzi, attenzione all'Italia che cresce, comprensione della rivoluzione digitale, impostazione riformatrice fondata sul sistema politico americano (incentrato su presidenzialismo, primarie, democrazia diretta e zero inciucismo), impostazione economica imperniata su una radicale riforma del welfare che tolga garanzie a chi manda allo sbaraglio futuro ventotto milioni di italiani nati dopo il 1970.

Dobbiamo scegliere di stare con il futuro e abbandonare la nostra triste appartenenza al passato che ci fa perdere continuamente. Loro scelgono Alfano e Gelmini ministri under 40, governatori giovani come Polverini, Zaia e Cota, noi riproponiamo Emma Bonino e Luciano Violante a fare l'interlocutore sulle riforme. Loro cambiano le facce, noi no. Loro vincono, noi no. Loro innovano noi abbiamo Nicola Latorre che nel giorno del disastro dice al Corriere della Sera che non si può fare a meno di D'Alema. E allora non facciamone a meno. Continuiamo a perdere. Tanto a loro va benissimo anche perdere, basta che comandano sull'orticello da 160 milioni di euro.

Ecco, forse sarebbe ora di reagire duramente, defenestrando questa dirigenza incapace e passatista. Non accadrà e continueremo a perdere e ad essere subalterni. Poiché gia lo so verrebbe voglia di smettere di commentare. Ma quel che bisognava dire l'ho detto, Mi farò qualche altro amico, ma andava detto. Tutto qui.




permalink | inviato da marioadinolfi il 13/4/2010 alle 11:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (34) | Versione per la stampa

Una proposta di riforma costituzionale

8 aprile 2010

Mi sono fatto coraggio dopo aver letto che la riforma costituzionale era in mano a Roberto Calderoli, quello della "porcata". Se è lui a scrivere e portare la bozza di riforma del centrodestra a Napolitano, credo che i vent'anni di studio appassionato di sistemi politici comparati possa consentirmi di avanzare la mia personale proposta. E' offerta prima di tutto al centrosinistra, anche se credo che resterà inascoltata: poi al popolo della rete, sperando che la discuta e la coltivi.

In Italia si è proposto di ricalcare praticamente tutto: il sistema francese, quello tedesco, quello spagnolo, persino l'austriaco. Eppure, al punto in cui siamo arrivati, l'unica salvezza arriva dal sistema americano, ovviamente riscritto per le nostre esigenze e innovato secondo lo spirito del tempo. Insomma, io cambierei la Costituzione così:

1. Elezione diretta del presidente della Repubblica a turno unico, con poteri esecutivi centralizzati di nomina-revoca dei ministri e di giuda del governo. Non più di dodici ministri, ognuno coadiuvato da due o tre sottosegretari. Dura in carica cinque anni. Può essere rieletto una sola volta.

2. Parlamento bicamerale non perfetto: Senato federale composto da cento membri eletti con sistema uninominale maggioritario a turno unico, uno per provincia, competente per i provvedimenti con ricaduta in ambito regionale. Camera dei Deputati con potere legislativo composta da quattrocento membri eletti con sistema proporzionale su liste uniche nazionali bloccate con sbarramento al cinque per cento. Durano in carica cinque anni. Hanno il potere di sfiduciare il presidente della Repubblica con una maggioranza dei due terzi, ma se lo sfiduciano vengono sciolte.

3. Presidente della Repubblica e membri dei due rami del Parlamento sono eletti contestualmente nell'election day nazionale. In caso di decesso o impedimento permanente di un membro del Senato federale si procede a elezioni suppletive. L'eletto resta in carica per il residuo del mandato. In caso di decesso o impedimento permanente di un membro della Camera, subentra il successivo in lista. Nessun membro del Parlamento può restare in carica più di quindici anni (tre mandati pieni).

4. I partiti sono associazioni riconosciute davanti alla legge, che ne controlla i bilanci (attraverso la Corte dei Conti) e l'esercizio delle forme della democrazia interna. Per le candidature a presidente della Repubblica e membro del Parlamento, procedono a selezioni primarie obbligatorie regolate per legge.

5. Alle Regioni è riconosciuta la più ampia autonomia e potestà legislativa, sempre in armonia con i principi generali dell'ordinamento nazionale, che mantiene la competenza esclusiva in materia di politica estera, Interni, Difesa, Giustizia, Welfare e Pubblica Istruzione. Il voto per le Regioni avviene, di norma, a metà del mandato del presidente della Repubblica configurando così elezioni di mid term. I cittadini possono esercitare la funzione legislativa attraverso istituti di democrazia diretta come i referendum abrogativi e propositivi a livello regionale o nazionale, raccogliendo su appositi quesiti un numero di firme pari ad almeno il due per cento dei cittadini che si intende chiamare al voto. I referendum sono validi se vota almeno il venticinque per cento degli aventi diritto al voto.

6. Il potere giudiziario è esercitato dalla magistratura indipendente, selezionata per concorso pubblico e governata dal Consiglio superiore della Magistratura presieduto dal presidente della Repubblica. Lo stesso presidente della Repubblica nomina i nove membri della Corte costituzionale, ognuno dei quali deve superare un'istruttoria ed essere votato dalla maggioranza dei due terzi di entrambi i rami del Parlamento. La Corte costituzionale decide su ogni conflitto tra Stato e Regioni, oltre a offrire giudizi di congruità costituzionale sulle leggi regionali e statali, se richiesta dai soggetti abilitati a farlo. La Corte costituzionale ha il potere di porre in stato d'accusa per alto tradimento il presidente della Repubblica e di sottoporre al voto dei due rami del Parlamento la sua decadenza dall'incarico. In caso di decandenza, decesso o impedimento permanente del presidente della Repubblica,  la Corte costituzionale ha il potere di sciogliere contestualmente le Camere e convocare il nuovo election day.

7. Oltre al potere esecutivo, legislativo e giudiziario viene costituzionalizzato il potere informativo, indipendente e governato dal Consiglio superiore dell'Informazione.

Questa sarebbe una riforma rivoluzionaria e capace di rendere finalmente meno asfittica la politica italiana: un presidente forte eletto direttamente, un Parlamento leggero ma autorevole in rappresentanza di forze politiche realmente radicate con poteri reali, primarie obbligatorie per legge e legge sui partiti, istituti di democrazia diretta che assegnino anche al cittadino un potere legislativo effettivamente decidente, limiti ai mandati elettivi, territori forti grazie a una reale autonomia regionale, indipendenza di magistratura e informazione garantita per via Costituzionale.

Un programma ambizioso molto slegato dall'esistente. Perché l'esistente non è riformabile. Si può solo abbattere.




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Riabilitate Moggi

7 aprile 2010

Così facevano tutti ed era normale. La Juventus, certo, ma anche Milan e Inter agivano di soppiatto e via telefono puntando a tenere sotto controllo l'unico elemento che dovrebbe essere terzo, la magistratura del campo di calcio: gli arbitri. Secondo me nessuno ci riusciva del tutto, gli arbitri facevano più o meno il loro dovere, ovviamente subendo la normale "suddistanza psicologica" che subisce ogni italiano: tra il forte e il debole, nel dubbio sceglievano a favore del forte.

Luciano Moggi era, nel gruppo dei forti, il più sguaiato e arrogante nei modi: un capostazione di Civitavecchia che doveva vedersela con un miliardario in euro che faceva spiare i suoi giocatori e un altro miliardario in euro che deteneva tutte le leve del potere del paese. Moggi doveva cavarsela praticamente senza soldi e senza potere, dunque come i bulli di quartiere non era particolarmente bello da vedere. Non arrotava la erre e non aveva giornali e televisioni a sostenerlo.

Però vinceva. E vinceva con merito. Nessuno potrà mai convincere nessuno che quei due scudetti che le sono stati tolti la Juventus non li avesse strameritati sul campo. Quella Juve di Fabio Capello era sideralmente più forte di Inter e Milan, perché Moggi come dirigente sportivo sapeva gestire la società e i giocatori come nessun dirigente avrebbe saputo fare (e il fallimento continuo della dirigenza juventina di questi anni sta lì a dimostrarlo). I due miliardari in euro, che spendevano centinaia di milioni e stavano quasi sempre dietro, questa cosa non la potevano sopportare, in particolare quello nerazzurro e tanto per bene, che non vinceva proprio niente nonostante fosse quello che sperperava di più. Per vincere dovevano abbattere Luciano Moggi. Misero uno dei loro a capo della federazione, organizzarono un processo sportivo farsa in fretta e in furia, fecero sparare bordate continue dai mezzi di comunicazione in loro possesso e se ne sbarazzarono la settimana dopo che quella Juventus costruita da Luciano Moggi aveva ottenuto l'ennesimo trionfo sul campo, con nove suoi giocatori che si contendevano la Coppa del Mondo sul prato dell'Olympiastadion di Berlino. Ennesima prova di una siderale supremazia tecnica.

Il capostazione di Civitavecchia, brutto e cafone, aveva avuto la sua lezione. Il miliardario in euro nerazzurro festeggiava gli scudetti rubati e ne vinceva altri senza concorrenza.

Ma i figli del popolo hanno la pellaccia dura. E la partita non è finita.

Riabilitate Moggi. O condannate Moratti. La pavida dirigenza juventina, che ha già ripreso sulla tolda di comando Roberto Bettega, si sbrighi a porgergli le scuse e un nuovo contratto. Tra poco la squalifica sarà cosa passata. E il capostazione cafone potrà tornare a far arrivare i treni in orario.




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La scommessa collettiva e altri giochi

6 aprile 2010

Abbiamo appena distribuito le vincite trimestrali della nostra Scommessa Collettiva (entrata nel suo diciottesimo trimestre di vita avendo registrato sempre e solo incrementi figli di un metodo ormai inossidabile) e ci avviamo a vivere cento giorni favolosi e probabilmente molto ricchi: tra fasi finali di campionato di calcio e coppe europee, European Poker Tour a Sanremo e Montecarlo, sessantaquattro partite di Coppa del Mondo e World Series of Poker a Las Vegas, questa è la fase dell'anno in cui si porta a casa il massimo dei risultati. Poiché su questo argomento ricevo settimanalmente decine di email, provo a sintetizzare in questo unico post quel che (secondo me) c'è da fare per raccogliere un po' di ricchezza da scommesse, poker e altri giochi.

Prima di tutto, la Scommessa Collettiva: è un club chiuso di amici che ha messo insieme ciò che avrebbe singolarmente giocato sulle scommesse calcistiche in un anno, puntando ad ottenere una remunerazione significativa e costante giocando in modo estremamente prudente sulle costanti (live betting e bancate sulle partite in casa delle prime due-tre squadre dei campionati maggiori). Si può entrare nella SC accettando le Cinque Regole e solo se presentati da un socio attivo: eccezionalmente, in occasione del trimestre che con i mondiali di calcio dovrebbe garantirci il massimo dei rendimenti, l'accesso al gruppo è consentito ai miei lettori che vorranno iscriversi al gruppo entro il 15 aprile prossimo.

Entrando nella SC ci si affida alle scelte di chi gestisce ed è l'opzione ideale per chi non si intende molto di scommesse e punta sulla storico del rendimento di giocate estremamente prudenti perché collettive. Per chi invece vuole rischiare in proprio divertendosi a puntare sulle singole partite, il consiglio è di entrare nel magico mondo del betting exchange (non si scommette affidandosi a un bookmaker ma scambiando la scommesse con altri scommettitori sparsi per il mondo). Il miglior sito di betting exchange è Betfair e il mio suggerimento è provare a centrare il colpo grosso in questi cento giorni che vanno da oggi all'11 luglio (data della finale in Sudafrica). Provate a trasformare mille euro in un milione. Come? Con la teoria dei sessantuno colpi. Cercate sessantuno partite consecutive quotate 1.12 nei siti di betting exchange. Se individuerete la striscia giusta mille euro diventeranno un milione, ripuntando le vincite volta per volta. E' un tipo di scommessa che sembra facile, ma non lo è, non illudetevi (comunque dopo le prime sette partite indovinate ci si può rimettere in tasca i mille euro, continuando a giocare con le sole vincite). Non succede. Ma se succede....Potete cominciare con oggi con Barcellona-Arsenal bancando l'Arsenal (cioè vincete se l'Arsenal non vince e mille euro diventano millecentoventi, sempre su Betfair). Mancheranno poi solo altre sessanta partite così a diventare milionari.

Capitolo poker. Se volete imparare a giocare su Full Tilt ogni martedì alle 22 teniamo un torneino tra giocatori italiani, costa meno di venti euro (ventisei dollari) e potete farvi le ossa. Per cosa? Per provare a sfidare i grandi nei tornei che contano, se scoprirete di avere talento per quel gioco meraviglioso che è il texas hold'em. Sempre su Full Tilt potete provare a qualificarvi per il torneo più importante di tutti, il main event delle World Series of Poker che si giocherà a Las Vegas a luglio, primo premio nove milioni di dollari. Sapete quanto costa tentare la qualificazione? Anche solo un dollaro. La domenica infatti si gioca un torneo satellite dal costo di un dollaro che qualifica direttamente ai tavoli di Las Vegas. Per chi è già "del giro", invece, gli appuntamenti prossimi sono quelli di aprile che chiudono la stagione europea con gli Ept di Sanremo e Montecarlo. Anche lì, premi milionari, ma solo per i più capaci.

Per avere informazioni sulla Scommessa Collettiva, per avere i codici per entrare in Betfair o Full Tilt, basta scrivermi: adinolfi@gmail.com. Io ho piazzato il Gioco (insieme alla Parola, all'Azione e agli Altri) tra i Quattro Pilastri che reggono la mia esistenza. Mi pare che l'edificio non sia venuto su così male.

Se volete, vi passo il progetto.




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Il racconto del Venerdì Santo

2 aprile 2010

London Bridge, agosto 1983, mia nonna Deirdre e mia sorella Ielma, entrambe scomparse

"Perché mi hai abbandonato?". Gesù sulla croce grida il suo dolore, come una persona qualunque e come qualunque persona. La grandezza del cristianesimo è in quel grido, che accomuna il figlio di dio e dio egli stesso, all'ultimo degli uomini. Nessuna divinità è così: il dio degli ebrei è giudice e vendicativo, allah non ne parliamo, buddha è atarassico. Il dio dei cristiani, viene frustato, inchiodato, perforato fino a perdere ogni goccia di sangue, umiliato e ucciso il tutto ingiustamente. Il dolore e la sua assurdità sono la chiave del racconto. Il racconto del Venerdì Santo.

Chiunque passa dentro quell'esperienza: il dolore e la sua assurdità, la sua perentoria ingiustizia. A me è capitato con una qualche durezza. Ma capita a tutti, quel grido: "Perché mi hai abbandonato?". E' un destino comune e feroce per l'intera specie umana. Si cerca la consolazione in molti modi: amare e fare figli è il modo più efficace. Poi ci sono quelli che vanno a caccia di denaro e carriera, onori e potere. Sacrificano molto a tutto questo, spesso sacrificano l'insieme della loro libertà. Io fin da piccolo, fin da piccolissimo, ho avuto chiaro che l'unica salvezza contro l'assurdità era essere davvero libero.

Sydney, dicembre 1973, le dimensioni contano

Quella libertà che si fa ramificazione di scelte, è l'unico antidoto al dolore. Non è uno scudo, l'assurdità viene a farti visita comunque. Ma è un antidoto contro i sintomi da avvelenamento che la scoperta dell'assurdità può comportare. Lo sberleffo contro il caso cinico, insomma. La morte della mia nonna australiana in questa ultima settimana quaresimale del 2010 m'ha portato a ricordare qualcosa della mia infanzia. Sono spuntate le immagini di Sydney di quasi quarant'anni fa, i tempi dell'assoluta innocenza, quella ancora priva della percezione del dolore. Una condizione a suo modo paradisiaca.

Koala Park, Australia, 1974, mia nonna Deirdre vuole convincermi a mollare una patatina allo strano orsacchiotto, io esprimo forti perplessità

Si prova nostalgia per quella sorta di eden che è l'infanzia, un eden di molti di noi? Certo, rivolgere lo sguardo al passato più remoto è un'altra di quelle operazioni consolatorie che spesso riesce. Di fronte al dolore nostro e del mondo, c'è sempre un luogo e uno spazio dove quel dolore non c'era. Nel caso della mia molto particolare famiglia questo Altrove è l'Australia, che ha in effetti tutte le caratteristiche che servono alla bisogna. E' lontana, lontanissima, il punto più lontano che si possa immaginare da qui. E' poi una terra oggettivamente bellissima, ancora quasi incontaminata e comunque fortemente anticonformista. Ma può bastare un Altrove per salvarsi dal Venerdì Santo? Di solito l'Altrove non basta. Serve anche l'Altro. Serve, insomma, l'amore. E allora tutti a caccia inesausta d'amore, spesso senz aver ben chiaro l'oggetto dei nostri desideri. A me è capitato anche questo.

Sydney, dicembre 1973, avvio la mia carriera di seduttore puntando sulla simpatia

La caccia all'amore diventa così caccia all'innamoramento, alla cura delle nostre insicurezze. Si rincorrono le emozioni e finisce spesso che siano le emozioni a rincorrere noi. Si prova a trovare pace poi nell'idea tradizionale di famiglia, a cui io non ho mai creduto molto (ho come tutti due nonni e due nonne, ai funerali dei miei nonni i miei genitori non sono andati, quello delle nonne pure andrà deserto, fatto salvo quello di nonna Deirdre verso il quale mia madre sta per partire, ma è l'eccezione, non la regola). Insomma, si cercano puntelli. Ma quel malessere non passa, anzi più l'età dell'innocenza si allontana più ci spunta chiara la percezione che con la somma ingiustizia del Venerdì Santo dovremo sempre fare i conti. Arrivano i lutti, i dolori prolungati che diventano assordanti, la vita che si fa canaglia e non perde occasione per ricordarci la nostra finitezza mortale, contro cui nessuno può nulla: "Perché mi hai abbandonato?".

London Bridge, agosto 1983, mia nonna, mia madre, mia sorella (in posa premonitrice)

Non ci si salva con la percezione del dolore privato. Ancora soffro in maniera lancinante per la morte di mia sorella, sono dispiaciuto della morte di mia nonna, ma so che è tutto parte del dolore del mondo. Siamo tutti noi ad essere stati abbandonati e ci salviamo abbracciandoci "come angeli con un'ala soltanto". Le lacrime che ovunque scorrono formano un fiume e finiscono nel mare del pianto di tutti gli umani di sempre. E' questo il racconto del Venerdì Santo. Il mio Venerdì Santo lo conosco bene, faccio la mia via crucis stazione per stazione e la consolazione è nelle donne che circondano questo doloroso cammino: mia madre. mia figlia, la persona che mi ama, che sta generando Clara. Marie, Maddalene, Veroniche tutte lì a regalarci compagnia nel Calvario, mentre loro stesso lo percorrono con il volto scavato.

E' il cammino di ciascuno, non possiamo evitarlo, Ma possiamo coltivare la religione della libertà della scelta. Non c'è Venerdì Santo senza Pasqua. E la nostra Pasqua di amore e libertà, in tutto questo, ci rende dolce anche il soffrire.

Auguri a tutti. Mangiate cioccolate e zuccheri, che rendono sopportabile quanto c'è di amaro.

Sydney, gennaio 1974, il primo gelato australiano della mia vita (avevo due anni, mia nonna Deirdre era bellissima, io già affamato)

 




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Goodbye, Nonna

1 aprile 2010

Deirdre Curtis (Sydney 3 maggio 1925 - 31 marzo 2010), scrittrice. Era mia nonna.




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Analisi di una disfatta

30 marzo 2010

Sono un militante del Partito democratico, ne sono stato fondatore e dirigente nazionale, per disciplina di partito ho votato secondo le indicazioni anche se non ho mai fatto mistero di non condividere la candidatura espressa nel territorio dove vivo (espressa, poi, è una forzatura: il Pd è andato a rimorchio di un'autocandidatura per assenza di coraggio e assenza di alternative). Oggi vivo il dolore di una sconfitta pesante. E non serve leggere Repubblica o ascoltare qualche colonnello o soldatino di partito che prova a addolcire la pillola. La pillola è amara e non cura dal disagio provocato dalla domanda: come mai risulta impossibile a questo centrosinistra battere la peggiore destra populista d'Europa guidata da un tycoon che fa il baciamano a Gheddafi? Proviamo a rispondere.

1. Non battiamo la destra perché la classe dirigente del principale partito del centrosinistra, il Partito democratico, è composta sempre dalle stesse facce per niente credibili, facce di chi non ha vissuto solo di politica e non ha mai lavorato un giorno in vita sua, facce di persone che non hanno più uno straccio di un'idea, facce di persone che hanno un solo interesse: salvaguardare il proprio potere (e alla voce "rinnovamento" piazzano i propri giovani servitori, vedi la strepitosa "segreteria dei segretari") e i benefici economici che ne derivano. Questo problema di credibilità, staticità, incapacità di reale rinnovamento rende ovviamente questi potenti anche molto arroganti e mistificatori. In queste ore in cui dovrebbero solo presentare le dimissioni e chiedere scusa per aver portato un grande progetto come quello del Pd a schiantarsi sul muro dell'indifferenza degli italiani, hanno il coraggio di provare a raccontare che in realtà hanno vinto. Roba da Tso.

2. Non battiamo la destra perché non capiamo più il paese. Non sappiamo cogliere le energie nuove e migliori che emergono in particolare dalla rete e dalle nuove generazioni (il successo di Grillo viene addirittura imputato come colpa, come se candidarsi possa essere considerato un reato in democrazia). Ai piani alti di via Sant'Andrea delle Fratte guardano tutto questo dall'alto in basso, il Movimento Cinque Stelle veniva definito una "cialtronata", così come la candidatura di Grillo alle scorse primarie, quando da queste parti si provò a spiegare che conveniva "costituzionalizzare" il grillismo accogliendolo all'interno del Pd anche con tutto il suo carico dirompente. Figurarsi però se i chierici potevano accettare chi alza la voce in chiesa. Però quei chierici tradivano il progetto originario del Pd: che voleva essere un incrocio di culture innovative e progressite. Non il luogo di salvaguardia di nostalgie regressiste novecentesche.

3. Non battiamo la destra perché abbiamo deciso di mortificare i cattolici, di farli sentire estranei al progetto del centrosinistra. Si gioisce quando va via Paola Binetti, si gioisce quando va via Francesco Rutelli, si gioisce quando va via Dorina Bianchi, si gioisce quando va via Enzo Carra, si gioisce quando va via Renzo Lusetti. Di più, non solo si gioisce: si afferma che queste personalità non sono significative, che il "vero mondo cattolico" (traduzione: quello che non rompe le scatole con i temi propri della sua identità) in realtà resta fedele al Pd. Il risultato è ovvio. A Roma in due anni il Pd ha perso il dodici per cento, un terzo dei suoi consensi. Più o meno il valore della Margherita, il partito che insieme ai Ds diede vita al Pd. Che ora potrebbe tranquillamente tornare a chiamarsi Pds.

4. Non battiamo la destra perché proviamo ad ostacolare ogni elemento "spurio" rispetto alla logica delle cricche che domina il Partito democratico. Il caso più clamoroso è quello di Nichi Vendola, ostacolato al limite dell'odio da parte dei ras delle tessere pugliesi. Massimo D'Alema è il simbolo vivente di un leader del passato che non riesce a capire cosa stia cambiando nel paese e come possa essere vivificata l'esperienza del centrosinistra da elementi non irreggimentabili nella triste ortodossia della disciplina post-comunista. Vendola però vince lo stesso e accende una fiammella di speranza su un futuro che potrebbe vedere il centrosinistra prima o poi tornare alla vittoria anche a livello nazionale.

5. Non battiamo la destra perché non siamo stati capaci di fare del Pd il terreno della buona politica reinventata secondo il tempo nuovo che è avanzato in fretta come non mai.

Ora dobbiamo portare un'istanza di rinnovamento fortissima al quartier generale del Partito democratico. Dobbiamo provocare una rivoluzione interna, mettere in crisi un sistema di potere che cercherà semplicemente di sfangare questi tre-quattro giorni di polemiche (magari aggiustando qualche organigramma, così i colonnelli che minacciano scissioni se ne stanno buoni e le minacciano proprio per questo) per poi avere tre anni di inciucio con Berlusconi che ci consegneranno al dramma del 2013.

E io nel 2013 non voglio ritrovarmi in un'Italia presidenzialista, con un centrosinistra culturalmente succube e frantumato, attendendo l'ennesima vittoria di Sllvio Berlusconi e della Lega. E' il peggiore dei miei incubi. Ma sarà realtà se lasceremo il Pd in mano a questi dirigenti incapaci che l'hanno portato alla disfatta.




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Sono molto preoccupato

29 marzo 2010

Sono molto preoccupato. Se perdiamo il Lazio è un disastro epocale (Piemonte e Campania fanno già altri dodici milioni di italiani governati anche regionalmente dalla destra).

Dalle 23 starò in filo diretto con voi da Radio Kiss Kiss.

Poi dopo rifletto e martedì scrivo.




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Si vota

27 marzo 2010

Le chiacchiere adesso sono inutili. Si vota. E io voto Partito democratico, con preferenza al ventenne Livio Ricciardelli, perché da queste parti si resta convinti che il Pd sia l'unico vero luogo dell'alternativa al governo delle destre populiste, a patto che si rinnovi radicalmente puntando sulle intelligenze giovani migliori.

Se siete ancora indecisi, fate come me. A tutti, comunque, buon voto. E chi si astiene è uno sfigato.



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Santoro ora deve lasciare la Rai

26 marzo 2010

Al punto di intersezione tra web e televisione il 25 marzo 2010 è nato finalmente un altro modo possibile di fare comunicazione politica? Lo show oggettivamente meraviglioso (in senso tecnico, non politico) di Michele Santoro al Paladozza con trecentocinquantamila contatti web contemporanei, può farci spuntare qualche idea utile per il futuro? Le esperienze varie di star televisive trapiantate in ambiente web in queste settimane (dal Mentana Condicio del Corriere.it a Giovanni Floris su Repubblica Tv a Aldo Busi intervistato sul canale internet di Simona Vantura) stanno edificando un territorio di contaminazione tra mezzi che sembravano alternativi?

Queste domande partono inevitabilmente da Raiperunanotte, uno show sublime per la totale empatia tra conduttore e pubblico (con tanto di finale quasi da pifferaio magico e successivo bagno di folla esterna osannante). Uno spettacolo efficacissmo rispetto al messaggio che voleva trasmettere. Ma anche una forma di comunicazione estremamente faziosa, totalmente priva di cotnraddittorio e proprio per questa cristallina. Anche qui, una novità: se salta l'ipocrisia del bilancino, il talento si libera e la verità viene fuori più agevolmente.

Diciamolo chiaramente. Raiperunanotte indica una strada, una strada che peraltro è stata già bene indicata in questi mesi dal Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro e Marco Travaglio (che non a caso si nutre di un pubbico che dal web è passato all'edicola): idee molto nette fanno spettacolo, raccolgono pubblico. Le idee molto nette però non si possono far pagare dai cittadini tutti, non si possono far pagare dal canone.

Lo show del Paladozza non è uno show da servizio pubblico, nessuna Bbc, nessuna Pbs lo metterebbe mai in onda. Da noi è passata l'idea che, in assenza di tentativi di obiettività, il servizio pubblico debba essere composto da opposte faziosità (Santoro e Vespa, Floris e Paragone). Sono contrario. Il ventunesimo secolo è scenario da idee forti, comunicate attraverso il matrimonio tra vecchi e nuovi media, ma senza ricorrere ai soldi di Pantalone. Bisogna farsi forza e camminare sulle proprie gambe. Ora dovrebbe farlo anche Santoro. Ha dimostrare di poter tentare l'avventura della vita, rinunciando a fare il martire (a settecentomila euro di stipendio annuo pagato dal canone non si può fare) e scegliendo la via della libertà. Che, di solito, premia.

Viva Daniele Luttazzi, che della Rai fa a meno, di Telecom Italia Media pure, di Mediaset non parliamo. E per questo può permettersi monologhi fenomenali come quello di ieri al Paladozza. La libertà si paga e premia.




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Perché il Cannocchiale non funziona mai?

24 marzo 2010

Sto diventando pazzo. Sono qui da sette anni, ho un blog che ha fatto milioni di impressions, ma mi sembra di aver messo un motore da Ferrari in una carrozzeria da Fiat Cinquecento (quella nuova). Perché il Cannocchiale non funziona mai? E' un problema solo mio o riscontrate difficoltà anche voi?

Comunque, obblighi fantacalcistici di oggi: Manninger Cassani Ziegler Grosso Taddei Alvarez Diego Candreva Ronaldinho Eto'o Pazzini (agostini donadel del piero amauri)




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L'intervento di Bagnasco è legittimo

23 marzo 2010

Leggo sui blog e sulle testate di centrosinistra tutto uno scandalizzarsi per le parole del cardinale Bagnasco sulle prossime elezioni. Come qualsiasi associazione, anche la Chiesa cattolica indica ai suoi "iscritti" dei criteri di orientamento del voto. Ci sono confessioni religiose che a Roma e non solo indicano addirittura la preferenza da assegnare. Bagnasco ha voluto dare un'indicazione di massima e ribadire quella che per i cattolici praticanti è un'ovvietà riguardo al tema dell'aborto.

Non sono ingenuo, vivo a Roma e vedo bene l'attivismo di parrocchie, ambienti e potentati vicini alla Chiesa cittadina a favore di Renata Polverini e so bene che Bagnasco con il suo discorso di ieri ha voluto dare un placet ufficiale a questo attivismo. La traduzione "laica" del discorso di Bagnasco è: cari cattolici del Lazio, non votate Emma Bonino. Resta la questione: è un intervento legittimo quello del presidente della Conferenza episcopale italiana? Può il capo della Chiesa italiana dare indicazioni di voto?

Io ritengo normalissimo che la Chiesa persegua i suoi interessi e dia indicazioni di voto in linea con i suoi valori. L'intervento di Bagnasco non è stato né sguaiato, né propagandistico, né di bassa caratura. Bagnasco ha volato alto e nel mezzo ha piazzato una stoccata all'assoluto altro-da-sé, cioè al candidato più anticlericale mai presentato dal centrosinistra italiano. Una candidatura che io ho considerato un errore, figlio però della pochezza della classe dirigente democratica di Roma e del Lazio, dove un quindicennio di potere ha generato personaggi di vertice (D'Alema, Veltroni, Rutelli, Bettini) il cui unico obiettivo è stato garantirsi la perpetuità impedendo la crescita di una classe dirigente alternativa e generazionalmente innovativa, svincolata da logiche feudali. Bonino in questo vuoto si è sapientemente infilata. E il 29 marzo rischia di essere il nuovo governatore della regione Lazio.

Se lo sarà, lo sarà anche con il mio voto. Mi considero un cattolico, ma ho trasgredito a talmente tanti comandamenti che Bagnasco non si offenderà se farò prevalere la mia morale laica (e la mia disciplina di partito) anche questa volta. Tra Bonino e Polverini non c'è paragone di statura, la candidata del centrodestra è una miracolata di Ballarò con problemi seri sulla gestione delle tessere dell'Ugl, non voglio pensare a quel che combinerebbe con i miliardi di euro che gestisce una regione, circondata poi com'è dalla cricca di loschi figuri che ormai l'hanno quasi commissariata. In politica si sceglie il meno peggio e il meno peggio alle elezioni del Lazio è Emma Bonino, con buona pace del cardinale Bagnasco a cui rinnovo però tutta la mia stima per l'ottimo e sensato e legittimo discorso di ieri. Voterò anche Pd con preferenza al ventenne Livio Ricciardelli.

Ho avuto un momento di tentazione di voto disgiunto a favore della candidata presidente della Rete dei Cittadini, Marzoli, la cui esperienza somiglia molto a quella di Democrazia Diretta. Ma sarebbe un voto disperso. E a me da piccolo hanno insegnato a votare seguendo questo criterio: vota sempre come se il tuo voto fosse quello decisivo. E' un bel criterio. Ve lo regalo.




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Come Bufalo Bill

22 marzo 2010

Sono finiti a RaiDue a fare le bestie ammaestrate al circo della televisione, eppure più di trent'anni fa erano giovani leoni.

Cosa sarà che fa morire a vent'anni anche se vivi fino a cento?





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Avremmo bisogno di un Leone Magno

20 marzo 2010

Mi sono fatto un giro per Roma, ho visto i Visigoti a Colli Albani, gli Unni al Circo Massimo, Attila parla alle cinque a San Giovanni. Noi avremmo bisogno di un Leone Magno e invece abbiamo D'Alema e Frisullo.

Comunque, io me ne sto a casa che domani calano pure quegli altri barbari dei maratoneti. Auguri a chi manifesta (che ogni manifestazione è una festa della democrazia), auguri a chi corre, speriamo che non ci siano idioti a causare incidenti anche se si respira una strana aria in città. E auguri a Luca che oggi inaugura il suo nuovo locale a Monteverde, dopo le dieci esco sperando che le acque si siano finalmente calmate.

(obblighi fantacalcistici: Chimenti Papastathopulos Ziegler Cassani Agostini Candreva Donadel Alvarez Eto'o Ronaldinho Pazzini ----- Grosso Diego Felipemelo Del Piero)



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Repubblica, D'Alema e Frisullo

19 marzo 2010

Massimo D'Alema ama sempre dire che "i dalemiani non esistono" e dalle parti di Repubblica devono averlo preso alla lettera. Il principale quotidiano del centrosinistra oggi apre la prima pagina sull'arresto di Sandro Frisullo e dedica all'argomento ben quattro pagine interne. Sono rimasto impressionato: né in prima pagina, né in nessuno degli articoli interni si fa riferimento al rapporto strettissimo tra D'Alema e Frisullo, un rapporto che data 1980, in nome del quale lo stesso Frisullo ottenne la poltrona di vice di Vendola dopo la vittoria di Nichi alla regionali pugliese del 2005. Lo stesso Vendola in un'intervista di mezza pagina (con domande lunghe e fitte) evita di accennare anche minimamente all'ex presidente del Consiglio.

I dalemiani non esistono, va bene. Ma esiste un sistema di potere radicato e forte (con ramificazioni assai forti in settori nevralgici dell'informazione) che fa riferimento a Massimo D'Alema, all'associazione Red e alla sua Fondazione Italianieuropei. Secondo me è un sistema che fa male allo stesso D'Alema, lo rende fragile e poco libero, ne assorbe troppe energie. Dovrebbe affrancarsene. Diventerebbe meno permaloso, sarebbe meno preoccupato, reagirebbe meglio a chi prova a mettersi sul piano dialettico su questo punto e avrebbe risposto meglio alla giovane collega Federica Bocellari qualche mese fa, quando Frisullo andava a raccogliere applausi nella campagna per le primarie alle iniziative dalemiane per Francesco Boccia, gli chiedeva ragione dei suoi rapporti con lui.

Uno statista non reagisce così, non dà della fascista ad una giornalista che (peraltro con grande gentilezza, nessuna aggressività e anche qualche timidezza) pone delle domande legittime. C'è un altro che reagisce alla stessa maniera ad ogni domanda scomoda. Sì, proprio lui.

 


Intervista a D'Alema - Gad Lerner Infedele La7
Caricato da gadlerner. - Video notizie dal mondo.




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Omosex, transex e neutri

18 marzo 2010

Forse qualcuno di voi sa che, in quanto meticcio culturalmente un po' bastardo, io detengo duplice passaporto e  dunque duplice nazionalità. Una è l'ovvia italiana, la seconda è l'Australia che raccontai peraltro per i lettori di questo blog circa sei anni fa in un ormai remoto viaggio alla ricerca delle mie radici profonde. L'Australia è una terra meravigliosa, socialmente molto contraddittoria, ancestralmente razzista (con adeguati e conseguenti sensi di colpa), tentata sempre dai territori dell'innovazione. Un mix affascinante di rozzezza persino preistorica (avete mai guardato in faccia con attenzione un aborigeno dell'Outback?) e ipermodernità trascinata all'eccesso. Nella mente di ogni australiano convive l'istinto conservatore (a Canberra, la capitale, c'è il Parlamento ma il capo dello Stato è la Regina d'Inghilterra, l'Australia non è il Canada, non ha mai voluto affrancarsi dal Commonwealth) e il senso dell'avventura del pioniere alla perenne ricerca di un territorio ulteriore.

Tutta questa premessa per dire che solo dall'Australia poteva arrivare un azzardo come quello del rilascio di un certificato anagrafico dalla sessualità indeterminata. Una persona che non era né "he" (pronome maschile in lingua inglese, in italiano "lui") né "she" (pronome femminile in lingua inglese, in italiano "lei") rischiava di trasformarsi in un "it" (pronome neutro in lingua inglese, intraducibile in lingua italiana, lingua saggia). Quel certificato di sessualità incerta apparteneva al senso dell'avventura del pioniere australiano, trasformato in impiegato dell'anagrafe. Poi, grazie a dio, gli australiani sono pure quelli della Regina e delle partite di cricket con il tè alle cinque e le divise tutte bianche (come diavolo fanno a distinguersi le squadre, non l'ho mai capito), dunque il certificato dello scandalo è stato ritirato. Giustamente.

La vicenda australiana consente una digressione che riguarda il tracimare della cultura omosessuale verso una nuova frontiera che dovrebbe atterrire: quella dell'annullamento della differenza di genere. Un esercizio orrendo della modernità, come quello degli Ogm tanto esecrati dalla cultura di sinistra. Non si altera la natura. Non si prende un uomo e lo si trasforma in donna. Questa cultura è veicolata in particolare dai reality show in generale e dal Grande Fratello in particolare, che da anni gioca sugli uomini trasformati in donne e quest'anno anche sulla baracconata della donna trasformata in uomo con tanto di isteriche liti con i familiari prodotte a uso e consumo dei tragicomici contenitori di Barbara D'Urso.

Quasi verrebbe da dire, viva quel gigantesco frocio di Aldo Busi che manda a quel paese in un colpo solo l'Isola dei Famosi, la Ventura e la Venier, con un coup de théatre degno di quell'intelligenza e orgoglio di sé che il mondo omosex sembra aver perso, cedendo alla tentazione dell'indeterminatezza. Quella notte schellinghiana in cui tutte le vacche sono nere.




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Masi: "Abbiamo mandato via Ruffini"

17 marzo 2010

L'opinone pubblica di area di centrosinistra, nel considerare l'orrenda vicenda delle ultime intercettazioni rese pubbliche dalla procura di Trani, è stata orientata a concentrarsi sull'ovvio: sul fatto che Silvio Berlusconi volesse chiudere il programma di Michele Santoro, sul fatto che Augusto Minzolini sia un soldatino del Cavaliere, sul fatto che Giancarlo Innocenzi sia un membro dell'Agcom sotto totale controllo dello stesso Berlusconi. Non che non ci sia da scandalizzarsi, sia chiaro. Ma erano tutti fatti arcinoti. Berlusconi ha già chiuso Santoro una volta, Minzolini era da anni un cronista di corte, Innocenzi non ne parliamo proprio. Dov'è la novità?

Una novità chiarificatrice nelle carte di Trani c'è e supporta quanto anche qui scrivemmo al momento della rimozione di Paolo Ruffini dalla direzione di Raitre, purtroppo (come spesso capita) in maniera solitaria e pressoché inascoltata. La novità chiarificatrice riguarda il ruolo di Mauro Masi, nominato alla direzione generale della Rai come punto di congiunzione degli interessi dell'area berlusconiana e di quella dalemiana, i due poteri forti di viale Mazzini. Esiti? Il giorno dopo la vittoria di Bersani nel voto degli iscritti si piazzava la dalemiana Bianca Berlinguer alla direzione del Tg3. Dopo la vittoria del 27 ottobre alle primarie si completava l'opera cacciando Paolo Ruffini dalla direzione di Raitre.

L'intercettazione di Trani è chiarissima. Mauro Masi per tranquillizzare i berlusconiani, afferma soave: "Stiamo aggiustando tutto, in Rai. Stiamo facendo tutto il possibile, abbiamo mandato via Ruffini".

Ecco l'elemento più grave. Non Berlusconi che fa Berlusconi, Minzolini che fa Minzolini, Innocenzi che fa Innocenzi. L'elemento più grave è la sindrome da epurazione che ha preso la sinistra, il berlusconismo che si è impadronito di noi, che ci fa comportare come si comporta l'orrendo Cavaliere, anzi peggio, perché lo si fa senza esporsi. Non dimentico l'intervista "avallatrice" del dalemiano Matteo Orfini piazzato a dirigere il settore informazione del Pd il giorno dopo la cacciata di Ruffini sul Riformista, la sua mitica frase "questa sostituzione non è un reato".

Il problema è questo: il Pd vuole soldati obbedienti, l'imprinting è quello del Pci. Berlusconi ha soldati obbedienti, l'imprinting è quello del multimiliardario che paga persone che obbediscono. La saldatura di questi due mondi se ha presa nel mondo dell'informazione, produce davvero il regime. Dobbiamo aprire gli occhi. Pagliuzze e travi riguardano il mondo del centrosinistra come quello berlusconiano. Il secondo ha contaminato il primo. Giornalisti e intellettuali di centrosinistra devono imparare a reagire, rifiutando il giogo e non è quello berlusconiano il più pericoloso.

(comunque sono contento: da tre giorni c'è il sole, ieri sera ho vinto il campionato ITALIAN POKER PLAYERS e oggi la redazione di Red Tv è tornata tutta al lavoro, alla faccia di quelli che ci volevano cassintegrare a zero ore e che ancora ieri mi aggredivano per strada affermando che avrei danneggiato l'azienda, minacciando sanzioni disciplinari o cause per danno procurato, ci provassero)




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Indicazioni di voto: Bonino, Pd, Ricciardelli

16 marzo 2010

Oggi sul quotidiano Europa troverete questo mio articolo.

DIBATTENDO SULLA BONINO VIA WEB
di Mario Adinolfi

Prima di tre anni di tregua
Siamo arrivati al rush finale. Tra meno di due settimane avremo alle
spalle anche queste elezioni regionali e poi partirà una strana fase
che durerà addirittura tre anni in cui in Italia non sono previste
elezioni con un valore politico generale. Se ne riparla nel 2013. Ci
si accalora, di discute molto anche via web, le pagine Facebook sono
arroventate e nei blog compaiono i toni duri della battaglia politica
quando si fa aspra. C'è un segmento di elettorato particolare, quello
cattolico identitario presente nel Pd, che si è trovato in difficoltà
per via della candidatura di Emma Bonino. In molti hanno addirittura
abbandonato il Pd, da Enzo Carra a Paola Binetti, da Renzo Lusetti a
Dorina Bianchi. Nessuno ha faticato troppo per trattenerli ed è stato
un grave errore.

Il blog di Cerocchi
C'è poi un segmento di elettorato che la pensa come i transfughi su
Bonino, che però non ha abbandonato il Partito democratico. Dà loro
voce Pio Cerocchi attraverso il suo blog l'Avviso. Scrive Cerocchi:
"Qui non sono in gioco la destra o la sinistra, tant’è che la Bonino
in Lombardia si è schierata contro la sinistra. E vi domando ancora:
non vi basta questa contraddizione per capire che quello di Roma, non
è uno scontro fra due schieramenti, ma una battaglia di civiltà tra
due culture opposte, una umanistica e sociale ed un’altra impietosa e
individualista?"

Interrogativi per i cattolici del Pd
Si accalora Cerocchi con i dirigenti di area cattolica del Pd: "Ci
sono ancora alcuni giorni per spiegare a quanti più elettori si
potranno intercettare, quale sia il valore della posta in gioco con
questo voto. Ma io, già da oggi, vi do appuntamento alla sera del 29
marzo per farvi questa domanda: perché per sostenere quanto di più
anticristiano il pensiero politico post-ideologico abbia mai concepito
e messo a progetto, non avete esitato a spendere il nome del
cattolicesimo-democratico? Perché a tutti i costi volete gettare
questa nobilissima moneta in uno sporco mercato di viltà politica e di
inconsistenza progettuale? Io non vado con la destra perché è una idea
che non mi è mai appartenuta e che non appartiene – ne sono sicuro –
ai molti che, lo spero davvero, si rifiuteranno di votare la “vostra
candidata”. E mi auguro, comunque, che indipendentemente da chi
vincerà, di qui ad un anno, sia concesso ai cittadini di Roma e del
Lazio di partecipare a nuove e più democratiche elezioni per il
governo democratico della nostra Regione".

Le discussioni, dopo
Cerocchi ha sollecitato una mia risposta alla sua proposta di
procedere a voto disgiunto a favore del Pd e contro Bonino (si
potrebbe fare utilizzando il voto per la candidata della Rete dei
Cittadini). Gliela offro qui: no, chi si sente di appartenere ancora
alla famiglia del Pd deve votare Bonino. E' più seria di Renata
Polverini e un democratico questo lo sa. Anche io non avrei candidato
la radicale, ma oggi è lei che può evitare di consegnare il Lazio alle
destre e allora si vota per lei. Disciplinatamente e da militanti,
facendo campagna a suo favore. Per le discussioni ci sarà tempo. E
saranno necessarie, anche a partire dall'analisi di Cerocchi.

All'articolo aggiungo un appello a tutti coloro che intendono votare Partito democratico a Roma e provincia: nelle liste del Pd troverete Livio Ricciardelli, è il candidato in assoluto più giovane, ha vent'anni, è stato vicino alle battaglie di Generazione U, è già un dirigente importante del circolo Centro Storico e impersonifica la speranza del rinnovamento radicale del Pd, unica condizione per tornare a vincere a livello nazionale. Votate Emma Bonino presidente, fate una bella X sul simbolo del Partito democratico, date la preferenza a RICCIARDELLI. Un ragazzo di vent'anni, uno nato dopo il crollo del Muro di Berlino, uno che appartiene alla generazione che ci salverà dal disastro delle precedenti (sempre in faida per personalismi folli e incapaci per questo di generare a Roma una classe dirigente propria, pur avendo governato la città e il Paese per un quindicennio con i romani Rutelli, Veltroni, D'Alema e Bettini) e farà del Pd una vera forza di governo sganciata dalle opprimenti radici novecentesche.

Ma, soprattutto, andate a votare. La democrazia non si difende mai con l'astensione.
 



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Carlo Marras, Italian best photographer

15 marzo 2010

Carlo Marras è più di un amico, è mio fratello e oggi compie gli anni. Io sono pigro e non mi va di telefonargli, è in Sardegna a fotografare una gara di pizzaioli per sbarcare il lunario, ma è in realtà il miglior fotografo italiano vivente. Ha un tocco lieve, un'ironia raffinatissima, non è interessato a cogliere la banalità dell'immagina pulita e artefatta (non scatta mai in posa), punta solo a rapire quell'istante decisivo in cui la realtà si denuda di ogni sovrastruttura e resta una risata trattenuta, perfetto commento al tempo osceno in cui ci tocca vivere.

Un altro pregio di Carlo (altro motivo per cui siamo tanto in sintonia) è che non è interessato a vendere o a vendersi. Non cerca acquirenti per le sue fotografie, non l'ha mai fatto, se l'avesse fatto ora sarebbe ricco e acclamato. Lui sta tutto il giorno in giro con la sua Leica M7, con la sua pellicola in bianco e nero, per le strade di Tunisi o di New York, di Parigi o di Miami, della sua amata Roma e della ancor più sua (e odiata) Sardegna. Gli piace fare quello che fa, senza una ragione immediatamente commerciale. C'è sempre una gara di pizzaioli da cui alzare gli euro che servono a mettere insieme il pranzo con la cena. Ma la passione, quella da artista vero qual è, non si paga.

Carlo ha uno sguardo appuntito sul mondo. Ne coglie le sfumature, i dettagli. Mi accorgo quando cammino con lui per le strade di Roma che riesce a leggere il sottotesto dell'esistenza, delle esistenze che gli scorrono accanto. Io passeggio distratto, lui guarda e vede tutto. E' una dote unica. I suoi lavori meriterebbero di essere esposti al Moma di New York, potrebbe tranquillamente diventare uno degli acclamati fotografi della Magnum. Quando gli è capitato di avvicinarsi a traguardi così prestigiosi, si è ritratto. Siamo amici anche perché del riconoscimento degli altri, fondamentalmente, ce ne fottiamo. Averlo significherebbe essere vincolati. E a noi i vincoli non piacciono granché.

Oggi Carlo Marras compie gli anni, siamo invecchiati e ne abbiamo ottanta in due. Ci siamo conosciuti vent'anni fa in una casa che abitavamo insieme ad altri otto derelitti, ridendo come matti per una situazione al limite del sopportabile. E' stato come fare il Vietnam. Per sei mesi non gli ho rivolto la parola per risibili motivi, Carlo ha sopportato e ho poi ripreso a parlargli come se nulla fosse accaduto. Roba da matto, essere mio amico è lavoro piuttosto faticoso. E io non faccio manco la fatica di telefonargli. Ma di scrivere questo pezzo, sì.

Buon compleanno zio, ne combineremo ancora tante altre e, ne sono sicuro, sempre insieme.

 

 




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Piazza del popolo

14 marzo 2010

Bella piazza, il popolo del centrosinistra è mediamente migliore di quello del centrodestra. Il problema del centrosinistra sono i dirigenti del centrosinistra. E non mi riferisco solo ai satrapi del Pd il cui obiettivo è unicamente perpetuare il loro potere, non avendo mestieri a cui ritornare. Il problema maggiore ormai sono queste liste nominative, segno di un vuoto culturale totale, figlio e succube del berlusconismo: lista Bonino-Pannella, lista Di Pietro, persino lista Vendola.

Il luogo di speranza resta il Partito democratico, unico partito di massa rimasto in piedi, non personalistico e capace di mobilitare un popolo. Quando cambierà dirigenti e attiverà, attraverso le primarie e la democrazia diretta, un percorso di selezione finalmente virtuoso, avremo compiuto il passo decisivo per battere le destre. Nel frattempo, dobbiamo augurarci di non trovare il simbolo del loro partito sulla scheda. Il che, francamente, è un po' poco e un po' triste per la democrazia.




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Produttore cercasi per film ambizioso

12 marzo 2010

Prima di tutto grazie. Grazie a chi ha passato un pomeriggio con minacce di pioggia alla libreria Feltrinelli, per ascoltare me e Andrea Purgatori (grazie Andrea) presentare un romanzo che poi è il mio. Grazie a Marco Esposito che ha organizzato il tutto, a Marco De Amicis solito encomiabile ufficio stampa. Che ha prodotto, tra le altre, le seguenti recensioni de "La ricerca della costante".

Il primo romanzo sul poker Texas Hold’em italiano ambientato nei circoli pokeristici di Roma, fra giornalisti d’assalto, politici, ragazze innamorate e professionisti che con il gioco si arricchiscono. Con un sogno che accomuna tutti: andare a Las Vegas per i mondiali, vincere, cambiare vita, allontanarsi da un’Italia che non lascia spazio neanche ai sogni. (Panorama)

il primo libro italiano ambientato nel mondo del Texas Holdem è un romanzo corale che propone diversi livelli di lettura, tutti offerti ai lettori con uno stile di scrittura fresco ed efficace. Adinolfi fa emergere la sua concezione della vita pubblica italiana muovendosi dalle mani del Texas Holdem (per sua ammissione tutte giocate veramente) ad aspetti delicatissimo come l'assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, il terrorismo nero di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro finendo poi per arrivare alla più stretta attualità arrivando a toccare gli scandali sessuali di Berlusconi e Marrazzo. (Repubblica)

Sempre in equilibrio tra la percezione sentimentale e individuale dell'esistenza, e il senso della vita in sé. (il Manifesto)

Adinolfi riesce a ricostruire le vicende più intime dei dieci piccoli indiani seduti al suo tavolo, gli amori e le infedeltà, le ossessioni e le cattive coscienze. La carrellata è nient’affatto banale, questo rimestio nelle viscere alla scrittura ironica e sferzante dell’autore romano riesce particolarmente bene. (Europa)

I tanti personaggi che si muovono all'interno della trama hanno la propria vita come tema prevalente, il poker ne è in qualche modo un appendice. In questo si ritrova l'esperienza di Adinolfi che, pur essendo entrato nella squadra di Full Tilt, non ha mai voluto lasciare il suo lavoro di giornalista e scrittore. Ha fatto bene, se il frutto è un romanzo ben scritto come questo. Sullo sfondo scorre la storia d'Italia, dal rapimento di Aldo Moro ad alcune pagine durissime contro i terroristi neri Giusva Fioravanti e Francesca Mambro che uno dei protagonisti del racconto incontra liberi per le strade di Roma. "La Ricerca della Costante" diventà così più di una fotografia parziale di un gioco che riguarda solo alcuni, ma una intelligente fotografia dei nostri tempi. (Il Giornale di Sicilia)

E' bello che a scrivere il primo romanzo sul poker italiano sia stato il primo italiano ad essersi seduto ad un final table del World Poker Tour: qualità ed estro del gioco (e chi ha conosciuto Adinolfi al tavolo non può che confermare) vanno di pari passo con qualità ed estro narrativo. Sono pochi i movimenti pokeristici mondiali che possono contare su un connubio del genere. L'Italia del poker può vantarsene e farne buon uso. (CardPlayer)

Una profonda proclamazione d'orgoglio dell'essere pokerista come espressione di libertà. (Poker Sportivo)

Un vero romanzo basato su psicologia, intelligenza, freddezza, calcolo, azzardo. Appassiona perché il gioco è metafora della vita e ogni singola mossa, tanto un rilancio quanto il gettare le carte, ci dice molto di noi stessi e del nostro saper affrontare situazioni più o meno difficili. (Riders)

Ci sono poi decine di altre recensioni uscite su blog lettterari, siti specializzati, forum di poker. Ma la soddisfazione più grande è la recensione del lettore: ce ne sono di belle e di brutte in giro per la rete, io ringrazio prima di tutti coloro che hanno acquistato il libro e ne hanno fatto in poche settimane un piccolo successo di vendite. Grazie davvero.

E di nuovo grazie ad Andre Purgatori che, essendo uno dei colleghi che meglio conosce i misteri d'Italia oltre che lo sceneggiatore dei film italiani più coraggiosi di questi anni (da Muro di Gomma al film su Giancarlo Siani fino al Vallanzasca appena entrato in lavorazione), nel corso della presentazione di è detto disponibile a sviluppare da "La ricerca della costante" un'idea cinematografica.

Sono dunque alla ricerca di un produttore danaroso e coraggioso, che voglia raccontare un pezzo di storia d'Italia che scivola via insieme alle carte di una partita a poker. Vedrei bene Jasmine Trinca nel ruolo di Sylvie, Alessandro Haber in quello di Paolo, Ennio Fantastichini è il mio Bruno, Gaia Nanni fa Gaia, Miriam Leone è una perfetta Chiara, Isabella Ragonese è Elisabetta, Rocco Papaleo l'Onorevole e mi tengo libero per un paio d'altre caselle.

Voglio fare un bel film corale "altmaniano" ed esserne il regista, più un cameo personale in un ruolo che già so. Mi serve pure una voce narrante. Va bene, per i dettagli ci pensiamo una volta che si materializza il produttore.

Ho sempre voluto fare del cinema.

PS: alle 14.05 sono su Raidue per discutere del caso Orlandi e del grumo tra eversione nera e banda della Magliana di cui mi sono occupato qui e per Europa negli scorsi giorni, se volete guardate la trasmissione perché aggiungerò qualcosa a quanto scritto

PS2: obblighi fantacalcistici (Manninger Jankulovski Grosso Ziegler Diego Felipemelo Candreva Beckham Ronaldinho Del Piero Eto'o ------ Agostini Taddei Alvarez Pazzini)




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Oggi alla Feltrinelli International

10 marzo 2010

Oggi è la festa del mio romanzo. Ringrazio i tanti che l'hanno recensito sui giornali, suisiti, sui periodici per pokeristi, nei blog di letteratura, su Facebook e anche su queste pagine. Ringrazio i lettori che stanno facendo grande "La ricerca della costante" e l'editore che si è speso per il libro. Oggi ringrazierò tutti coloro che vorranno di persona alla Feltrinelli International di Roma (via Vittorio Emanuele Orlando 81) dove Andrea Purgatori presenterà ufficialmente il testo.

E' un romanzo sul poker, certo, ma è soprattutto il romanzo che prova a fare i conti con le mie testarde convinzioni e con la storia che m'è passata sotto gli occhi. Regalo volentieri in esclusiva ai lettori storici e affezionati del mio blog, alcune righe che loro riconosceranno, finite dentro a "La ricerca della costante" e dentro il cuore di un personaggio che, come tutti i personaggi del romanzo, esiste realmente.

PAOLO  
 

nato il 3 aprile 1963, quando in Italia si era al culmine del boom economico, al governo c'era il primo centrosinistra ed Amintore Fanfani faceva il presidente del Consiglio, i contadini si erano trasformati in operai e il nostro paese si era ritrovato tra le grandi potenze industriali.

Non ha Facebook, non guarda YouTube, non usa internet. La sua ossessione è un frammento di giornale.  
 

Paolo non ha più molti capelli, è massiccio e quelli che una volta erano muscoli possenti oggi sono anche grasso. Una pancia prominente, non dovuta solo al cibo. Beve, Paolo. Beve anche quando gioca e beve per dimenticare. Beve per dimenticare quel maledetto 2 agosto. Gioca anche, per dimenticare. In realtà gioca bene, non è mai prevedibile, è solido: soffre i più giovani, quelli allenati da decine di ore settimanali trascorsi a grindare anche venti tavoli contemporaneamente. Grindare significa giocare come automi molti sit 'n' go allo stesso tempo puntando solo sulle cosiddette monster hands, le migliori mani possibili di partenza: AA, KK, QQ. Quelle che danno la massima probabilità di vittoria. E poiché il bravo giocatore di poker è quello freddo che punta su probabilità a proprio favore, chi grinda on line si arricchisce perché riesce a giocare anche cinquecento minitornei al giorno, accumulando peraltro un'esperienza notevolissima in poche settimane. Quella che uno come Paolo ha costruito in trent'anni. Trent'anni passati a giocare al vecchio poker cinque carte prima, a texas hold'em ora.  
 

Ma la mente di Paolo è ferma. Ferma a quel maledetto 2 agosto quando doveva raggiungere la sua Antonella a Bologna, poi insieme partire per Rimini e tornare ai bagni dove l'anno prima s'erano conosciuti e lui, sedicenne, per la prima volta aveva fatto l'amore. Ma quel 2 agosto il treno da Roma lo portò a Firenze e da Firenze non si mosse perché a Bologna era scoppiata una bomba e Antonella non c'era più. E Paolo non sa se soffre di più per il ricordo di Antonella o per l'incontro che ogni giorno fa per strada, nelle viuzze accanto al Pantheon dove lui ha una piccola casa comprata negli Anni Ottanta dopo una vincita particolarmente cospicua in una serata fortunata. Incontra sempre quelli che i giudici hanno detto essere coloro che la bomba che gli ha spezzato la vita in quella stazione l'hanno messa.  
 

Paolo si rigira tra le mani un frammento di giornale, spesso, molto spesso. E' la sua ossessione. Ce l'ha nel portafoglio anche oggi che deve giocarsi il mondiale. Paolo ha seguito il processo della strage, sa che li hanno condannati con ragione. Eppure Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sono liberi, hanno avuto una figlia, girano felici senza alcun peso. Li incontri per strada come una coppia qualunque. Paolo rilegge tutti i crimini che questi due hanno commesso, anche senza la strage di Bologna per la quale si proclamano innocenti. Li rilegge ogni giorno, attraverso quel frammento di giornale.    
 
 

28 febbraio 1978. Giusva Fioravanti ed altri notano due ragazzi seduti su una panchina che dall'aspetto (capelli lunghi e giornali) identificano come appartenenti alla sinistra. Fioravanti scende dall'auto, si dirige verso il gruppetto e fa fuoco: Roberto Scialabba, 24 anni, cade a terra ferito e Fioravanti lo finisce con un colpo alla testa. Poi, si gira verso una ragazza che sta fuggendo urlando e le spara senza colpirla. 
 
9 gennaio 1979. Fioravanti ed altre tre persone assaltano la sede romana di Radio città futura dove è in corso una trasmissione gestita da un gruppo femminista. I terroristi fanno stendere le donne presenti sul pavimento e danno fuoco ai locali. L'incendio divampa e le impiegate tentano di fuggire. Sono raggiunte da colpi di mitra e pistola. Quattro rimangono ferite, di cui due gravemente. 
 
16 giugno 1979. Fioravanti guida l'assalto alla sezione comunista dell'Esquilino, a Roma. All'interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti. Dario Pedretti, componente del commando, verrà redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario "non c'era scappato il morto". Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all'azione, e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista. 
 
17 dicembre 1979. Fioravanti assieme ad altri vuole uccidere l'avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile della cattura di Pierluigi Concutelli, leader carismatico dell'eversione neofascista. Fioravanti non ha mai visto la vittima designata, ne conosce solo una sommaria descrizione. L'agguato viene teso sotto lo studio dell'avvocato, ma a perdere la vita è un inconsapevole geometra di 24 anni, Antonio Leandri, vittima di uno scambio di persona e colpevole di essersi voltato al grido "avvocato!" lanciato da Fioravanti. 
 
6 febbraio 1980. Fioravanti uccide il poliziotto Maurizio Arnesano che ha solo 19 anni. Scopo dell'omicidio, impadronirsi del suo mitra M.12. Al sostituto procuratore di Roma, il 13 aprile 1981, Cristiano Fioravanti - fratello di Valerio - dichiarerà: "La mattina dell'omicidio Arnesano, Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra; io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: "gratuitamente"; fece un sorriso ed io capii". 
 
23 giugno 1980. Su ordine di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, Gilberto Cavallini uccide a Roma il sostituto procuratore Mario Amato. Il magistrato, 36 anni, è appena uscito di casa; da due anni conduce le principali inchiesta sui movimenti eversivi di destra. Amato aveva annunciato che le sue indagini lo stavano portando "alla visione di una verità d'assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori degli atti criminosi". Mambro e Fioravanti la sera dell'omicidio festeggiano ad ostriche e champagne. 
 
9 settembre 1980. Mambro e Fioravanti con Soderini e Cristiano Fioravanti, uccidono Francesco Mangiameli, dirigente di Terza Posizione in Sicilia e testimone scomodo in merito alla strage di Bologna. 
 
5 febbraio 1981. Mambro e Fioravanti tendono un agguato a due carabinieri: Enea Codotto, 25 anni e Luigi Maronese, 23 anni. Dagli atti del processo è emerso che durante l'imboscata Fioravanti ha fatto finta di arrendersi. Poi ha gridato alla Mambro, nascosta dietro un'auto, "Spara, spara!". 
 
30 settembre 1981. Viene ucciso il ventitreenne Marco Pizzari, estremista di destra e intimo amico di Luigi Ciavardini, poiché ritenuto un "infame delatore". Del commando omicida fa parte Mambro. 
 
21 ottobre 1981. Alcuni Nar, tra cui Mambro, tendono un agguato, a Roma, al capitano della Digos Francesco Straullu e all'agente Ciriaco Di Roma. I due vengono massacrati. L'efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico legale: "La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo e del massiccio facciale con spappolamento dell'encefalo; quello di Di Roma per la ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesioni al cervello". Il capitano Straullu, 26 anni, aveva lavorato con grande impegno per smascherare i soldati dell'eversione nera. Nel 1981 ne aveva fatti arrestare 56. La mattina dell'agguato non aveva la solita auto blindata, in riparazione da due giorni. 
 
5 marzo 1982. Durante una rapina a Roma, Mambro uccide Alessandro Caravillani, 17 anni. Il ragazzo stava recandosi a scuola e passava di lì per caso. Mambro sostiene che Caravillani sia stato ucciso da un proiettile di rimbalzo. Viene condannata come esecutrice dell'assassinio.   
 
 

Francesca Mambro e Giusva Fioravanti sono nella mente di Paolo anche quando affronta la mano decisiva che lo conduce al tavolo finale, contro uno di quei ragazzini che lui non sopporta. Si chiama Tommaso, avrà vent'anni, sui tavoli del poker on line è riconosciuto come un maestro. Affronta un flop cinque di quadri cinque di fiori sei di quadri mandando "la vasca", cioè tutte le chips, per evitare rischi di scale o progetti di colore degli avversari che ha già sfoltito con un pesante raise preflop. Gli era rimasto da battere solo Paolo, che però ha seguito il suo rilancio avendo in mano asso e cinque. Paolo ha trissato, cioè la sua mano debole di partenza si è trasformata in mano praticamente imbattibile (nuts, nel gergo). Tommaso non può saperlo. Paolo fa instant call all'all in di Tommaso, turn e river non soprendono, il figlio che magar avrebbe anche voluto avere da Antonella è battuto, ma i fantasmi, quelli, non si battono mai.

 
(tratto da "La ricerca della costante", di Mario Adinolfi, AlibertiCastelvecchi 2010)




permalink | inviato da marioadinolfi il 10/3/2010 alle 10:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (47) | Versione per la stampa

Mokbel, Mambro, Fioravanti: la centrale nera

8 marzo 2010

Io ho conosciuto Gennaro Mokbel. Quando esattamente nove anni fa, nel marzo 2001, fondammo con un gruppo di amici Democrazia Diretta (con una premonitrice chiocciola di internet nel simbolo) con l'obiettivo di competere alle amministrative di quella primavera in totale autonomia, si avvicinò al nostro movimento questo strano personaggio. Noi avevamo tutti meno di trent'anni, la caratteristica di DD era questo: giovanissimi e teorici del rapporto diretto con i cittadini attraverso il web senza mediazioni. L'arrivo di Mokbel era anomalo: aveva più di quarant'anni e di internet non capiva nulla. Partecipò a un paio di riunioni e si appassionava solo agli elementi organizzativi. Poi un giorno mi diede un appuntamento in un bar di piazza del Gesù e mi fece uno strano discorso che mi portò a diventare sospettoso. Chiesi in giro di lui e un amico mi informò dei rapporti di Mokbel con l'eversione di destra e la banda della Magliana. Il mio istinto non aveva tradito. Non risposi più alle sue telefonate e il rapporto tra Mokbel si esaurì così.

In queste settimane ho letto, come tutti coloro che comprano i giornali, le intercettazioni di Mokbel e ho visto emergere il quadro che mi aveva atterrito: questo personaggio è un arrogante con una tendenza alla violenza verbale e fisica, che aveva insieme sete di denaro e di potere, mescolata a un vittimismo tipico degli ambienti dell'eversione nera. Soprattutto, però, emerge la tendenza a costruire una rete di rapporti che tuteli da ogni rischio: altro elemento tipico degli ambienti eversivi di destra. E così spuntano i rapporti con la massoneria al massimo livello ("Alle quattro e mezzo aspetto un trentatreesimo grado"), le infiltrazioni nelle forze dell'ordine ("Ho ottanta agenti a libro paga"). l'idea della politica come copertura perfetta ("Mi devo inventare un partito e poi facciamo come cazzo ci pare"), il legame con i vecchi camerati dell'eversione nera più dura.

E qui spunta un altro elemento, molto preoccupante, della vicenda Mokbel. Un elemento stranamente ignorato dai mass media, che lo relegano nelle pagine interne e senza titoli evidenti. Mokbel nelle intercettazioni afferma di aver speso un milione e duecentomila euro per "tirare fuori di galera" Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. E effettivamente, a riscontro di questa affermazione, intercorrono telefonate molto partecipi tra Mambro, Fioravanti, Mokbel e la di lui moglie Giorgia Ricci.

Nelle carte dell'inchiesta Fioravanti e Mambro vengono considerati veri e propri consulenti di Mokbel e della sua Alleanza Federalista. Fioravanti chiama la Ricci e gli indica la fondazione, tramite Oliviero Beha, di una lista civica nazionale. Francesca Mambro offre i suoi parenti per il tesseramento del nuovo partito e si spinge a proporre a Gennaro Mokbel di prendere una rubrica fissa sul quotidiano l'Opinione, diretto da Arturo Diaconale e infestato dagli scritti di Fioravanti e della stessa Mambro.

Rimettiamo in ordine i tasselli. Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sono incredibilmente liberi, nonostante abbiano sulle spalle la condanna all'ergastolo per il più grave atto criminale mai compiuto nell'Italia repubblicana (la strage di Bologna) e complessivamente nove ergastoli per aver ucciso poliziotti, carabinieri, magistrati, ignari passanti, minorenni e camerati che potevano incastrarli. Gennaro Mokbel dice di aver speso un milione e duecentomila euro per tirarli fuori di prigione. Gennaro Mokbel ha legami con la massoneria, infiltra le forze dell'ordine, ha un senatore come "schiavo" e gli stessi Mambro e Fioravanti gli dimostrano deferenza, amicizia, gratitudine. Le telefonate intercettate tra le due coppie sono decine.

C'è da dormire sonni tranquilli? Io da anni vado scrivendo che esiste un grumo cancerogeno che ha attraversato trent'anni di storia italiana facendo stragi, uccidendo politici scomodi e non solo, autotutelandosi presso le istituzioni utilizzando anche una strana connivenza della stampa. Questo grumo accomuna eversione nera, massoneria, settori deviati dello Stato e quella storia tutta particolare e (de)scritta bene per ora solo nei romanzi che è la storia della banda della Magliana. Apriamo e chiudiamo parentesi: Mokbel ha finanziato e coperto la latitanza di Antonio D'Inzillo, il boss della Magliana e del sequestro di Emanuela Orlandi che uccise il Capo dei Capi della banda stessa, Renatino de Pedis. Due anni fa arrivò la notizia che D'Inzillo era morto in Brasile per epatite fulminante. Quando le autorità italiane chiesero due giorni dopo di vedere il corpo, la risposta fu che era impossibile perché era stato cremato a tempo di record.

Mokbel era a capo di una vera e propria centrale nera dell'eversione ancora attiva, ricchissima grazie al riciclaggio e capace di influenzare la politica, l'economia, la giustizia italiane? Questo è il punto di domanda. Giusva Fioravanti, temendo di ritrovarsi nei guai dopo le decine di telefonate intercettate, l'ha subito bollato come un "mascalzoncello di quartiere". Una definzione alla Bettino Craxi dopo l'arresto di Mario Chiesa. Io domando: può un "mascalzoncello di quartiere" organizzare il riciclaggio del secolo che inguaia Silvio Scaglia e Fastweb, determinare l'elezione di un senatore, esprimere un padrinato su un altissimo manager nominato da Alemanno (Stefano Andrini, anche lui terrorista nero, condannato per tentato duplice omicidio negli anni Novanta), finanziare la latitanza del più pericoloso boss ancora in vita della banda della Magliana (anche lui ex terrorista dei Nar), avere milioni di euro nascosti in diamanti e opere d'arte, senza che questo scuota le coscienze di un paese che ha ancora paura di quel grumo?

E' arrivato il momento di smantellare la centrale nera. E di verificare tutto ciò che va verificato. Mokbel non è un mascalzoncello di quartiere. E questa storia non è una storia da pagine interne. Questa è la Storia del paese. Quella ancora non raccontata.
 
(questo lungo articolo è stato scritto per il quotidiano Europa, uscirà diviso in tre puntate)



permalink | inviato da marioadinolfi il 8/3/2010 alle 18:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (33) | Versione per la stampa

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